Murlo Cultura - Speciale Festa in Collina 2004

I luoghi della memoria

Poggio al Vento

Racconto di Luciano Scali

Non so se sia accaduto anche a voi di trovarvi d'improvviso in un luogo talmente bello da lasciare senza fiato e di restarne di colpo conquistati anche perché, per decenni, pur passandovi accanto non eravate riusciti a notarlo.
Ci voleva una vecchia carta appena leggibile a farmelo conoscere e Luana ad accompagnarmi per la prima volta.
Vi sono ritornato ancora ritrovando frammenti di una costruzione antica e minuscoli pezzetti di ceramica medievale.
Si dice vi abitasse in solitudine un essere strano, fra il pastore e l'eremita il quale pare riuscisse a dialogare con i venti che senza alcun ostacolo, spazzano di continuo la sommità del poggio. Mi sono soffermato a lungo l'ultima volta ed ascoltando bene, in una giornata capricciosa, ho potuto seguire il cambiamento di direzione dei venti e captare i suoni diversi generati passando fra i rami del boschetto in miniatura nato sui pochi resti della casa. Ho rilevato così modulazioni diverse nei suoni che variavano di continuo a seconda della direzione ed intensità dei venti, ed in qualche momento mi è sembrato volessero trasmettermi una storia semplice ed affascinante nel contempo, attraverso le note divenute d'un tratto parole. Una storia messa assieme per quanto riuscito ad apprendere, una storia capace di farmi vedere con occhi diversi "poggio al Vento" ogni qualvolta avrò la ventura di passarvi accanto.

L'uomo seduto sulla soglia della casa in cima al poggio, guardava intento verso la vallata del Crevole di Montespecchio, convinto di non poter mai riuscire a spiegare quali emozioni provasse a quella vista. Appoggiata la schiena alla porta e tenendosi le ginocchia con le mani faceva scivolare lo sguardo lungo il profilo delle colline boscose degradanti verso il torrente. Nel corso dei millenni il Crevole si era scavato il proprio letto nella roccia modellando la vallata a forma di imbuto per convogliare le acque verso il piano, dove si poteva anche immaginare il punto di congiunzione con l'altro Crevole di Murlo, costretto dalla natura del terreno a fare un giro più lungo per arrivarvi. Dopo, riuniti assieme, andavano a gettarsi nell'Ombrone lì vicino. Il torrente aveva due braccia e due nomi diversi; nel mezzo c'era un poggio lungo lungo che degradando assecondava la loro riunione in un punto estremamente selvaggio dove, quello di sinistra, era costretto a descrivere un'ansa stretta e accidentata ostacolato com'era da uno scoglio imponente la cui mole faceva da diga alle acque, provocando turbolenze paurose al momento dell'incontro, durante le piene autunnali. Era oltremodo strana l'origine dei due rami del Crevole nati sotto i suoi piedi, da un mucchio di sassi aspri ed aridi, con la funzione di coperchio per una grande spugna capace d'alimentarli di continuo. Da dove veniva tutta quell'acqua? I due fossi nascevano quasi dalla cima... Carbonaia: dalla "troscia" del Ruspatoio... così veniva chiamata la sorgente composta da tante vene; Carbonaiola: dal fontone sotto casa sua. Qui l'acqua usciva di continuo da un piccolo "troppo pieno" fra la schiancia dell'argine, ma il livello rimaneva sempre uguale... segno che da sotto l'acqua spingeva per venire fuori. Ma da dove veniva quell'acqua? Anche un po' più là, nel versante di Siena, dal poggio delle Pignole nasceva l'altro Crevole... quello di Murlo, e più a levante ancora, sotto il Ruspatoio: il Crevolicchio. Tutti da lì. Roba da diventar matti perché quando pioveva l'acqua invece d'essere assorbita dal terreno se n'andava alla svelta, scivolando sulle lastre di roccia in superficie e facendo ingrossare i fossi mandandoli di colpo in piena. Il bosco attorno era bello anche durante le estati più secche, sempre per merito dell'acqua che c'era sotto... tutta quell'acqua raccolta nel punto più alto del poggio più alto... e lui con la sua casa... sopra! Un miracolo? Certo! Si poteva ben dire... Non c'era altra spiegazione possibile. A rifletterci bene, se il miracolo avveniva proprio lì, doveva trattarsi di un posto speciale, e se lui ci si trovava sopra, doveva pur significare qualcosa. Viveva solo, forse felice, assieme allo sparuto gregge lasciato libero d'andare dove voleva poiché l'erba non mancava, e se per qualche ragione decideva di portare quelle quattro pecore nel bosco, dopo un po' se ne ritornavano indietro da sole attratte dal campo spulito dove erano abituate a stare, quasi sapessero di turbare l'equilibrio del paesaggio a spostarsi di lì. Il cane accettava di buon grado quello stato di cose poiché gli consentiva di starsene a sonnecchiare al riparo per gran parte del giorno e della notte. Apriva un occhio quando qualcuno percorreva la strada lì vicino restando per pochi attimi sul chi vive per riaddormentarsi subito dopo. Molta gente, poi, la riconosceva al passo ed in quel caso non si scuoteva neppure. Ma lui cosa faceva tutto il giorno? Nulla! Ascoltava. Per ore filate restava muto a fissare un punto invisibile lontano ascoltando la voce del vento e delle cose. Col tempo era riuscito ad affinare il suo spirito in questo esercizio tanto da riuscire ad entrare in sintonia con le creature della natura ed a percepirne il linguaggio. Verità o suggestione? Chi lo sa. Se riuscisse, o credesse di riuscirvi, solo lui poteva dirlo, ma non considerava importante tale differenza, ascoltava e basta arricchendosi nella convinzione che fosse possibile, ed il risultato era sotto gli occhi di tutti. Nei rari contatti con i vicini della Casanuova riusciva a captare la loro attenzione parlando di avvenimenti talmente interessanti da suscitare un fascino straordinario su chi l'ascoltava. Narrava di luoghi lontani e di cose mai viste con una dovizia tale di particolari da lasciare senza fiato. Trattava con competenza di usi e costumi, di città fantastiche, di giungle e deserti, tesori favolosi ed avventure senza fine come se nella sua vita avesse solo viaggiato.
A chi, incantato, domandava quale fosse la fonte delle sue conoscenze, rispondeva sempre che era il vento a raccontargli tutto quello che sapeva.
Il Tramontano gli portava la voce del nord, del popolo dei ghiacci dove il giorno e la notte duravano per mesi e si poteva così leggere l'umore degli dei attraverso le aurore colorate serpeggianti d'improvviso in cielo come tanti nastri multicolori; dove si poteva dialogare con le stelle più grandi che altrove, perché ai limiti del mondo il firmamento era più vicino agli uomini che da ogni altra parte.
Il Levante trascinava con se i fasti dell'oriente da dove partivano i popoli più antichi alla conquista d'imperi nelle tre parti del mondo. Narrava dei viaggi del Veneziano ospite del Gran Kan, le Regge fastose ed i suoi immensi tesori, le montagne che toccavano il cielo, le lunghe carovane e gli uomini dagli occhi a mandorla dai modi gentili e dai gusti raffinati.
L'Ostro aveva il profumo della Libia e dell'Egitto, la cultura e la saggezza di chi sapeva costruire montagne sulle quali si trovava scritto tutto lo scibile umano comprensibile solo da pochi eletti, del paese ove i morti vivevano in eterno ed i Re altro non erano che divinità in terra.
Il Ponente invece sapeva di salmastro e di paesi nuovi dei quali ormai si sentiva la presenza là, oltre le colonne d'Ercole dove un tempo si pensava che il Mare Oceano precipitasse in un abisso senza fine.

Parlava di questo mentre i bimbi e la gente lo ascoltavano rapiti pensando di lui a qualcosa di mezzo fra il pazzo ed il profeta ma comunque dotato della capacità d'aprire alle loro menti gli illimitati orizzonti del sapere.

"Il mondo è condensato qui!" soleva dire "Come l'acqua sgorga senza fine dalle viscere di questo poggio proveniente dai quattro angoli del pianeta, così confluiscono da ogni parte i pensieri della gente captati dai venti. Proprio sopra a questo sasso dove io mi siedo passano tutti.... Non ci credete?... Venite qui... provate un po'... Lo sentite questo brusio... questo vociare ora stridulo e indistinto... ora chiaro e squillante? Sono le voci rapite che vogliono parlare, farsi sentire e narrare la loro storia... Io le ascolto, filtro ogni sussurro ed ogni sfumatura assume un significato. Ecco... ogni goccia si tramuta in diamante, ogni pianta in ramoscello di giada, ogni chicco di melo granato in rubino dal colore acceso. Il vento parla e dal boschetto s'alzano voli di colombe bianche dirette nel tramonto mentre la notte si riempie di occhi di stelle che scrutano il cuore di ognuno di noi impadronendosi di tutti i segreti anche quelli più riposti."
"Lo stesso vento li porterà via lasciando cadere i non veri. Essi resteranno attaccati ai rami degli alberi come bambagia bianca mentre gli altri saranno captati da menti lontane che li crederanno propri. Ricordate sempre: - Noi siamo gli altri... e gli altri sono noi! Chi vuol conoscere gli altri guardi dentro se stesso e troverà la risposta ad ogni domanda."

Poi ritornava immobile e silenzioso e se una pioggia leggera cadeva d'improvviso non sembrava accorgersene rimanendo imperturbabile nel suo apparente torpore.
Così passavano giorni e stagioni e con il trascorrere del tempo il suo aspetto assomigliava sempre di più ad uno di quei lecci attorno alla sua casa. Durante i temporali d'estate, quando le nubi nere lambivano la cima del poggio in un rutilare di vento, acqua, tuoni e saette, si rintanava in casa lasciando le finestre e la porta aperte affinché i suoi amici venti potessero entrare indisturbati, godendo poi del turbine creatosi all'interno rovesciando suppellettili, fracassando stoviglie ed infradiciando tutto. Gli piaceva lo scatenarsi delle forze della natura perché alla fine del temporale si ritrovava tutto fradicio, con addosso un'eccitazione indescrivibile come se si fosse liberato la mente di ogni idea contorta dopo essersi sottoposto ad un lavacro rituale, e nuovamente pronto a ricevere quei messaggi che lo pressavano da ogni lato.
"E' vero," si ripeteva "questo luogo è il crocevia del mondo... da qui passano i venti e con essi le idee ed i pensieri di tutti e da qui, un giorno non lontano passerà anche il mio destino. Quella testa senza volto si volgerà verso di me ed il suo muto pensiero urlerà una sentenza. Solo allora, in un attimo, saprò se la mia vita avrà avuto un motivo valido per essere vissuta."
Erano tempi veramente duri quelli in cui si svolgeva la storia di cui parliamo. Da qualche decennio durava ormai la contesa fra Spagna e Francia per l'egemonia in Europa e nel mondo, e di riflesso l'ostilità fra Firenze e Siena per la Toscana. Ormai gl'Imperiali sembravano aver preso il sopravvento e ad uno, ad uno stavano cadendo i capisaldi della resistenza senese. Anche nelle vicinanze del poggio si erano acquartierate truppe per porre l'assedio alla Rocca di Crevole difesa da Giovanni da Thiene alla testa di pochi ardimentosi. Inoltre da lì passavano di continuo uomini e mezzi per darsi il cambio nelle operazioni di guerra. La gente del posto era scomparsa, rintanata nei nascondigli inaccessibili in Carbonaia ma lui era rimasto a casa. D'altra parte chi poteva dargli fastidio? Tra l'altro era l'unico a dialogare con gl'imperiali affascinandoli con i suoi racconti capaci di incutere meraviglia e rispetto a chi l'ascoltava. Spesso i soldati si fermavano a sentirlo, facendo poi correre voce sull'esistenza di un saggio il cui sapere lo rendeva intoccabile agli occhi di tutti. Anzi: la sua notorietà gli procurava sostanziosi vantaggi sotto forma di vettovaglie, dal momento in cui il suo gregge, con l'arrivo della guerra, era stata la prima cosa a sparire.
Quella mattina però il suo destino si materializzò in una coppia sgangherata di soldatacci ubriachi che dopo aver saccheggiato e rovinato ogni cosa incontrata, si trovò a passare per la strada del Ruspatoio seguita da due muli carichi di roba rubata. Era novembre, il freddo frizzava sulla pelle e l'alito si condensava in nuvolette di vapore biancastro appena uscito dalla bocca. Dalla curva dopo il quercione scorsero la casetta del pastore e, dopo pochi passi... lui. Come di consueto se ne stava seduto sulla sua pietra guardando lontano. Si fermarono incuriositi considerando anomalo poter resistere immobili a quel freddo pungente reso insostenibile dal tramontano. Uno dei due, portandosi il dito alla tempia e facendolo girare avanti e indietro disse al compagno: "Usted è un' hombre loco?"
L'altro scosse la testa rispondendo che si trattava solo di una statua. Parlottarono fra di loro per qualche minuto, poi il secondo staccò dal mulo l'archibugio, lo armò con cura, lo pose sul suo cavalletto, prese la mira e sparò.
Anche il pastore nella sua apparente immobilità aveva notato tutto, ma non si era mosso, comprendendo di trovarsi di fronte al suo destino ed al momento in cui avrebbe avuta la risposta sul significato della sua vita.
Non ne ebbe però il tempo! Una palla di cinque once, sparata da meno di cento metri gli fece scoppiare letteralmente la testa e lui rimase così... immobile, appoggiato al muro di casa tintosi di colpo d'una chiazza di rosso bruno.
I due sciagurati se n'andarono sghignazzando mentre il cane uscito dal suo torpore uggiolava ai piedi di quel corpo acefalo ancora scosso da sussulti sempre più radi. Solo i venti reagirono con rabbia e dolore, perché era vero tutto quanto lui diceva da sempre e ora, senza più referente, sarebbero tornati muti e costretti a disperdere nell'universo tutto il sapere che solo lui riusciva a captare e comprendere. Inseguirono i due frastornandoli fino a farli cadere in un'imboscata ove furono trucidati mentre i loro muli servirono da pasto ai difensori della Rocca assediata.
E lui?... Lui rimase li fin quando non tornarono indietro quelli della Casanova dopo la conquista di Crevole e dopo che le acque si erano un po' calmate. Ormai erano rimaste solo le ossa dentro al vestito di pelle di pecora. Il cane, secco come un chiodo si ostinava a restare ai suoi piedi a far la guardia mostrando i denti a chiunque si avvicinasse... com'abbia fatto a sopravvivere per tanto tempo, Dio solo lo sa.
Nessuno riuscì a farsi un'idea precisa sulla misteriosa scomparsa della testa. Continuarono a cercarla per un po' di tempo senza alcun risultato fino a convincersi che solo i venti potevano averla portata via sapendola piena di quanto, nel corso della sua vita, gli avevano messo dentro. La casa in cima al poggio rimase disabitata perché nessuno ebbe più il coraggio di tornarci cosicché, ben presto scomparve.
La storia finì così e venne dimenticata, però c'è qualcuno, come me, che giura d'averla sentita raccontare in giro anche adesso.

 

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