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Murlo Cultura n. 1 - 2004 |
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SCIOPERI CONTADINI NEL GIOLITTISMO di Filippo Ferri
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Fonte: La Toscana nell'età giolittiana: agricoltura e agitazioni contadine. Di Ennio De Simone
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Un'interessante
pubblicazione (sotto la tabella ne sono riportati gli estremi) ci fornisce
un quadro completo e stimolante delle agitazioni dei mezzadri nella Toscana
dei primi del Novecento. In questa prospettiva si nota una situazione
estremamente più dinamica ed attiva di quella che, forse, sarebbe
stato lecito attendersi. Per tentare di darne un'idea, leggiamone un breve
estratto:
Dopo gli scioperi del 1902 in Val di Chiana, sembrava che la " proverbiale quiete" delle campagne toscane fosse stata riacquistata. Si ebbero quattro anni di calma, fino alla primavera del 1906, quando nel mese di Maggio i coloni della baronessa Carpi, di Torre a Cona, nel comune di Rignano, sulle colline attorno a Firenze, diedero inizio ad una nuova agitazione ( ). L'agitazione si estese rapidamente a tutto il comune di Rignano, dove circa 700 coloni si astennero dal lavoro ( ). La protesta si estese ai coloni di Bagno a Ripoli che tennero, il 22 maggio, un comizio nella frazione di Antella, e approvarono un memoriale simile a quello di Rignano. - L'agitazione coinvolse nei giorni successivi anche altre località, come Galluzzo e Reggello - Le richieste dei mezzadri erano, come si nota, principalmente rivolte ad ottenere l'abolizione della loro partecipazione all'acquisto di zolfo e solfato di rame, e del patto di fossa. Perché proprio queste richieste? ( ) Ad esempio, la spesa media necessaria per zolfo e solfato di rame era di 2,24 lire per ogni quintale di vino prodotto, che si vendeva ad un prezzo oscillante fra le 20 e le 30 lire. È impossibile comprendere fino in fondo brani come quello soprastante se non si possiede una chiara visione del substrato politico e sociale sul quale essi si sono verificati. Pertanto, cerchiamo di tracciare un breve quadro riassuntivo del periodo conosciuto come giolittismo e della politica del suo principale artefice. Dopo la morte di Re Umberto I - ucciso dall'anarchico Gaetano Bresci - il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, chiamò a capo del governo il leader della sinistra liberale Zanardelli. Quest'ultimo volle al suo fianco, come ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Il duo Zanardelli - Giolitti governò pressappoco tre anni, in cui tentò di mettere in atto un progetto riformista. In verità, le riforme di quel governo non furono molto incisive, anche se piuttosto importanti. Possiamo citare almeno le leggi che limitavano il lavoro minorile e femminile nell'industria. Ricordiamo poi la legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici, e la migliorata legislazione relativa alle assicurazioni per gli infortuni sul lavoro. Al di là di queste riforme, il governo si distinse proprio per il nuovo atteggiamento tenuto in materia di conflitti sociali. In quel periodo, Giolitti aveva pronunciato un discorso in cui affermava chiaramente come un governo liberale non avesse nulla di che temere dalle agitazioni sociali, e soprattutto come non avesse nulla da guadagnare dalla loro repressione; si voleva insomma garantire il libero svolgimento degli scioperi e delle proteste. Giolitti mantenne sempre una linea di rigorosa neutralità, purché le vertenze non degenerassero in scontri violenti. Questo comportamento, per l'epoca, costituì un importante passo in avanti nella democratizzazione dello stato e delle sue istituzioni, e nella trasformazione dei rapporti fra Stato e lavoratori. La politica di Giolitti fu contrassegnata, però, da luci ed ombre. Nel 1903, Giolitti divenne capo del governo e cominciò allora un lungo periodo di potere, che si interruppe solo alle porte della Prima Guerra Mondiale. |
Giovanni Giolitti nel 1892 Giolitti,
oltre che a continuare l'esperimento riformista, voleva allargare le basi
del proprio partito, spostandone il baricentro verso sinistra. Offrì
pertanto un posto nella compagine di governo al socialista Filippo Turati.
Questi, però, rifiutò, sia perché riteneva questa
mossa troppo prematura, sia perché temeva - a ragione - che il
suo Partito non lo avrebbe seguito in un simile accordo.La rinuncia di
Turati portò Giolitti non solo ad abbandonare il suo originale
progetto, ma anche ad aprire il governo alla contaminazione da parte di
elementi conservatori. Ciò ci dà un'idea degli stretti limiti
entro cui si muoveva il riformismo giolittiano. Un riformismo accorto,
costantemente vincolato e frenato dalle pressioni esercitate dalle fazioni
più moderate; una linea politica che spesso rinunciò a cruciali
riforme pur di preservare gli equilibri parlamentari.
"La
Legge e lo sciopero" |
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