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Murlo Cultura n. 1 - 2004 |
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La
Cessa di Monte moro di Luciano Scali |
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Nel
risalire la cessa di Monte Moro sotto la pioggia fine, mi sentii osservato.
Dal terreno attorno, mille occhi mi fissavano, come se esseri sepolti a
filo terra tenessero le pupille spalancate su di me. Luccicavano dalla pioggia,
né pareva che questa riuscisse a infastidirli. Un fenomeno inatteso
da dover spiegare appena trascorso il primo attimo di meraviglia. M'inginocchiai
incurante dell'acqua persistente e cominciai a raccogliere quegli occhi:
uno, dieci, quaranta
altrettanti sassi divisi, con il nucleo di colore
diverso dall'esterno. Chissà come si erano formati e perché
solo in quel punto? In breve lo zaino fu rigonfio dalle strane pietre, ma
quando giunto a casa le dispiegai sul tavolo rimasi deluso. Pur restando
strane come le avevo raccolte avevano perduto il loro fascino. Sembrava
rimasto laggiù, sulla costa scivolosa della cessa, incastonato nella
terra rossastra ricca d'ossidi di ferro. Solo tra rovi ed astragali e col
concorso di fenomeni diversi, "gli occhi" riuscivano a creare
un'atmosfera insolita, capace di commuovere ma impossibile da trasferire
altrove.
Nel
ginestreto avevo incontrato il cinghiale. La sua presenza si era palesata
appena iniziata la cessa, dopo il guado. Ero sopravvento e a tratti mi
arrivavano distinte le zaffate "di selvatico", i grugniti di
soddisfazione e il suo masticare rumoroso. Doveva trattarsi di un cibo
gradito dal modo in cui lo gustava in tranquillità, ignaro della
mia presenza. Alla
fonte dei Canapai c'ero già stato, quando i fratelli Bagnai l'avevano
liberata dalle piante nel tagliare il bosco. In seguito gli arbusti avevano
ripreso il sopravvento e si poteva intuire l'esistenza della sorgente
dal rigagnolo d'acqua nerastra che attraversava la macchia prima di riversarsi
nel torrente. Ernesto mi aveva parlato di come i boscaioli usassero l'acqua
per la polenta, durante i mesi del taglio delle piante. Quando c'ero passato
per la prima volta, mi ero imbattuto in un capriolo. Non era fuggito subito
ma si era soffermato a guardare cercando di capire le mie intenzioni.
Soltanto una trentina di metri ci separava e se avessi voluto nuocergli
in qualche modo, avrei dovuto superare la distanza volando poiché
i rovi limitavano ogni movimento. A malincuore lo vidi allontanarsi leggero,
senza muovere un filo d'erba quindi inerpicarsi veloce sul "Pettorale"
come se la legge di gravità per lui non esistesse. Per qualche
istante mi sentii "albero", gravato da un forte peso con le
membra restie ad ogni sollecitazione, incantato dalle movenze di quella
creatura scomparsa nel fitto del bosco come per magia. |
Non so perché
pensai agli aquiloni, a come si dondolavano in cielo e per alcuni minuti
me ne rimase dentro la sensazione pur non trovando il nesso logico fra
le due cose. A metà piaggia il terreno spiana e si allarga. Le querce e i lecci attorno creano una specie di anfiteatro naturale. Se a qualcuno viene voglia di curiosare s'accorge come dietro alla barriera di verde il terreno precipiti ripido col terriccio a malapena trattenuto dai cespugli di erica e lentaggine. Il declivio invita a scivolarvi su, pur sapendo di arrivare seduti nel piazzale sottostante con le tasche piene di terra e foglie. In fondo il bosco è pulito ed una poderosa discarica arriva fino ai bordi del fosso... Su questo piazzale si aprivano le gallerie superiori della vecchia miniera di rame ed i cumuli in disfacimento di minerale rugginoso sono quanto resta del materiale abbandonato al momento della chiusura. Il silenzio pressoché assoluto accentua il senso di solitudine per chi vi s' intrattiene a lungo, e l'impressione di sentirsi chiudere addosso il bosco si fa più forte col trascorrere dei minuti. La luce riflessa dalla discarica, fa scomparire i varchi tra le piante e negli occhi persiste solo la gran macchia di verde ormai dilatatasi a dismisura. Lo scoprire un passaggio al limite sud dello spiazzo, solleva il morale sollecitando a muoversi. Alla fine del sentiero, sul limite dello strapiombo, si apre la frana che si esaurisce nel fosso degli Alteti. Poco più a valle resta l'unico ingresso della miniera ancora aperto, dal quale fluisce acqua giallastra nel fosso attraverso la coltre di equiseti e ciuffi di vinco. Dopo tanti anni di abbandono, fa mostra di se il "quadro" di pino che armava l'ingresso della galleria in un'atmosfera "d'altri tempi" dando l'impressione che dal buio del tunnel appaiano all'improvviso i minatori ormai al termine del turno di lavoro. Attorno ancora silenzio tranne lo sgocciolio dell'acqua nel fosso e, di tratto in tratto, il grido della ghiandaia. Nella
parte più brulla della cessa c'è un albero. Le piogge ne
hanno scoperto le radici facendolo assomigliare all'immagine riflessa
in un laghetto tanto assomigliano alla sua chioma.Oggi è divenuto
un riferimento importante e seppure il picchio ha scavato un rifugio nel
tronco ed il tasso si è fatto strada fra le radici, esso riesce
a vivere ancora. Non riesco a immaginarmi la cessa priva della sua presenza.
Ai miei occhi non è più un albero, ma un'entità inscindibile
dal paesaggio. Dovrebbe trattarsi di una sughera, ma si stenta a riconoscerla
come tale poiché il tempo e le creature del bosco ne hanno modificato
l'aspetto facendola apparire come una presenza aliena messa apposta in
quel punto a simboleggiare qualcosa d'importante. |
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