Murlo Cultura n. 2 - 2004

Erano opere d'arte gli oggetti di culto con i quali officiavano gli Agostiniani?

"Oreficeria e Montespecchio"

Il confronto tra opere d'oreficeria coeve, autorizza la formulazione d'interessanti ipotesi

di Maria Paola Angelini

 

 

 

 

L'importanza dell'eremo di Montespecchio,insieme agli altri dell'allora provincia senese, sta alla base della fondazione dell'ordine mendicante degli agostiniani. Due date ci ricordano gli eventi principali di questo processo; nel 1244 Montespecchio si unisce al vicino e più giovane eremo di Lecceto dopo l'approvazione di un'unica regola, un decennio oltre, nel 1255, esso entra a far parte della congregazione degli Eremitani agostiniani,dopo circa un secolo di relativa autonomia.La stessa presenza della duccesca "Madonna di Crevole" e di un dossale di Guido da Siena costituisce una prova più che valida della posizione che Montespecchio doveva occupare al tempo. Proviamo adesso a confrontare la datazione di entrambe le opere; mentre la "Madonna di Crevole"può essere stata commissionata intorno al 1280, il dossale è sicuramente precedente, risalendo forse al 1270. Consideriamo dunque l'arco di tempo che intercorre tra questi due stupendi e significativi oggetti d'arte e scopriamo cosa stava accadendo allora nel panorama artistico senese, in particolare in un campo troppo spesso trascurato: quello dell'oreficeria.
Intorno al 1270 Pace di Valentino, che può essere considerato il maggiore orafo senese del tempo, risiede a Pistoia per la seconda volta, impegnato nella realizzazione di una patena per un calice precedentemente commissionatogli. Durante un primo soggiorno, infatti, l'Opera di S. Iacopo aveva incaricato l'artista di portare a termine il cosiddetto calice di Sant'Atto, opera completamente in oro e decorata da una incredibile quantità di pietre preziose, tra cui smeraldi, topazi, turchesi, che rivelano in tutta la loro bellezza l'influenza della maestosa oreficeria di tradizione carolingia e ottoniana. Di non meno splendore e importanza artistica è un'altra creazione attribuita dalla critica a Pace di Valentino, il Reliquiario della testa di San Galgano, che colpisce e sorprende per la sontuosità e, al contempo, l'efficacia della struttura.
L'oggetto ha la forma di un'architettura a pianta ottagonale, come una torre, infatti, si restringe verso l'alto; lungo le facce sono presenti archi a sesto acuto incorniciati da pinnacoli, ognuno dei quali racchiude un episodio della vita del santo cavaliere. Le figure sono realizzate a sbalzo e gli elementi decorativi che colpiscono maggiormente sono la filigrana e le applicazioni in smalto colorato. Il motivo della creazione di questa opera si riallaccia alla storia dell'eremo di Montespecchio, di cui parlavamo prima.
Proprio in quel periodo, infatti, l'importanza degli agostiniani andava via via aumentando, grazie all'unione di tutti gli eremi sotto lo stesso ordine, come abbiamo ricordato all'inizio e questo avveniva anche a scapito dei cistercensi di S. Galgano, i quali intendevano rilanciare il culto del loro santo fondatore non solo attraverso la diffusione di un testo pubblico, ma anche per mezzo della bellezza e dello stupore che il reliquiario doveva suscitare. Da queste premesse potremmo ricavare alcune interessanti ipotesi: se i cistercensi sentirono il bisogno di commissionare un'opera così importante a Pace di Valentino, molto probabilmente anche l'abbazia di Montespecchio doveva contenerne di altrettanto belle e interessanti, considerato il ruolo che rivestiva.

 


Guccio di Mannaia
"Calice d'oro" (1288-1291) per Papa Niccolò IV
(Basilica S.Francesco d'Assisi )



Di queste purtroppo non ci è arrivata testimonianza, ma potremmo immaginarle, sulla base del confronto con le opere di cui abbiamo parlato e con altre coeve.
Del soggiorno pistoiese di Pace di Valentino, infatti,dobbiamo ricordare anche la pala argentea eseguita per l'altare di S. Jacopo, che ricorderebbe nello stile e nell'uso della filigrana il reliquiario di S. Galgano, anche se non tutta la critica concorda.
Successivamente,tra il 1288 e il 1292, opera a Siena Guccio di Mannaia, a cui si deve per primo l'utilizzo in oreficeria dell'importantissima e innovativa tecnica dello smalto traslucido, che risente dell'allora nascente arte gotica. Questa decorazione, che prevede l'uso di paste vitree su figure leggermente sbalzate in una lastra d'argento, permette effetti artistici fin'ora mai raggiunti, grazie alla lucentezza e alla definizione che raggiungono i personaggi, nonché alla grande espressività. Questi elementi sono ben rappresentati nel Calice di Niccolò IV, opera capitale di Guccio, di rara bellezza e di ancor più importanza storica.
Patene decorate con pietre preziose, secondo l'uso francese, calici di immenso splendore, anch'essi incastonati di gemme e cesellati, pale d'altare con figure sbalzate e , non ultimi, i reliquiari, oggetti così importanti nel Medio Evo, tutti questi potevano essere con buona approssimazione i tesori contenuti a Montespecchio.
Successivamente l'arredo dell'abbazia avrebbe potuto comprendere anche oggetti nello stile di Guccio di Mannaia, come si trova testimonianza nei musei delle diocesi a noi vicine e come quindi poteva accadere anche per le chiese del nostro territorio.

 

 



 

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