MurloCultura n. 3/2003

LEGGENDE
"A CREVOLE CI SI SENTE…"
di  Sandro Scali

Guardo quell'occhio vuoto della torre di Crevole che apre un riquadro di grigio sporco nel nero delle pietre. Un cielo buio di nuvole piene, basse basse, venute avanti a spintoni, soffiate dalle raffiche di uno di quei venti che gelano le ossa. Mio fratello aveva portato il cane, sgambato su e giù avanti a noi, a nasare i cespugli e abbaiare a un randagio. Si parlava poco per il fiatone, e rimpiangevo abbastanza il fuoco del caminetto di casa, a Murlo. Ma era una voglia da levarsi, una curiosità antica. Avevo letto qualcosa sul Castello di Crevole, nel Vescovado, e mi attiravano i posti della leggenda del fantasma di Donusdeo Malavolti, vescovo, apparso alle truppe spagnole di Don Francesco di Toledo e del Conte Sforza, che, durante la guerra di Siena, avevano dapprima conquistato la rocca, e poi spianata. Lo videro sulle rovine "coperto dei sacri parati; e brandendo minaccioso nell'aria il Crocifisso, maestosamente ieratico, passò in mezzo alle truppe vincitrici,  stupefatte dell'apparizione improvvisa, ripetendo ad alta voce l'anatema".  Certo, doveva essere stato un bello spavento anche per soldatacci come quelli, abituati a tutte le battaglie, e, nel momento, esaltati dalla gloria e il saccheggio.
La voce corse, e le apparizioni si moltiplicarono. Lo avevano visto tutti. Il posto fu rapidamente abbandonato, la gente si disperse e si riunì più lontano. E' da crederci senza fatica; si fa presto a vedere un'ombra mossa dietro le spalle, ingigantita da un lume che balla al muovere di un fiato, e scambiata per "lo spettro del Vescovo che torna spesso fra le rovine ululando alla luna e muovendosi lento e grande fra i resti del Castello". In fondo, il Castello era il suo. Fu lui a volerlo ampliare e fortificare, vagheggiando di renderlo "la residenza e il centro di dominio più importante dei vescovi senesi". In qualche modo cercò di proteggerlo come poté. E visto che non gli era bastato da vivo, continuò da morto, con la sola arma che aveva a disposizione: la sua larva. Ma non è solo. Perché "dai fossi giungono impressionanti gemiti, lamenti umani come il rantolo dei moribondi". E ci sta anche questo clamor di battaglia perduta, queste anime senza pace di morti ammazzati con le picche, le asce, i muri che crollano addosso e seppelliscono morti, fortunati perché già morti, e feriti, che alimentano la disperata certezza di morire nell'odio che li dannerà. Massimo Biliorsi, nel suo "Al di là di Siena", riferisce di qualche visitatore notturno che ha riconosciuto nello spettro "un vescovo morto che vaga dolente in Crevole, urlando alla (solita) luna piena". Perché solo il
vescovo? Perché "appartiene alla schiera degli spiriti elevati, personaggi di chiara fama che possono mettersi in contatto con i viventi porgendo loro conforto e preziosi consigli". E perché non anche l'energia psichica rimasta nel terrore della morte e del buio eterno di quei poveri soldati? La "allucinazione telepatica" collettiva di un mondo dal quale "sciamano misteriosamente influssi e indicazioni, moniti e precetti", imprigionati nelle viscere di quel castello proprio dallo "spirito di un prete che viene visto con un grosso crocifisso, con gli occhi di fiamma e i piedi di brace"? E perché non un esercito di anime armate di dolore e di furia, a guardia perpetua della rocca contro le invasioni degli Spagnoli di ogni tempo, prigioniero della terrenità dell'ambizione di possesso del vescovo, che danna all'inquietudine eterna se stesso e tutti coloro che non lo seppero difendere?

Siamo arrivati quasi in cima, l'ultima pettata schianta un po' le gambe a chi è abituato a usarle poco. Quando cade il vento, il silenzio è fortissimo, un rombo nelle orecchie e il tumulto del sangue che batte la gola e le tempie. E' qui che si consumò la tragedia. Il cane corre e annusa, guaisce e ritorna. Sulla torre nera una pietra più in bilico delle altre ammonisce che l'anatema del Vescovo è ancora valido. Siamo sulla sua terra, intrusi, anche se pieni di rispettosa curiosità. Sterpi e sottobosco mascherano insidie di buche senza fondo. Un passo falso e si rischia l'osso del collo. C'è caso di andare a ingrossare la schiera dei perenni custodi della rocca. L'arco grande sembra la "Porta Inferi". Una raffica solleva un coro di urla dalle pietre nere. E' giorno e non c'è la luna. Che aspettiamo? Non c'è altro da vedere. I gemiti li fa il vento tra le fessure delle rovine, che anime e anime! Attenti a non stracollarsi una caviglia, piuttosto, per riprendere il cane che s'era cacciato in una buca, sotto un arco franato. E la fatica (non era pauriccia!) trema un po' nelle mani sudate. Un altro coro di lamenti, col vento in faccia, ora, che ce li strappa dalle orecchie, giù, a balzelloni lunghi e svelti, verso casa.

Da "Il Carroccio di Siena" - marzo-aprile 1990 -  n. 31 - 

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