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Guardo
quell'occhio vuoto della torre di Crevole che apre un
riquadro di grigio sporco nel nero delle pietre. Un cielo
buio di nuvole piene, basse basse, venute avanti a spintoni,
soffiate dalle raffiche di uno di quei venti che gelano le
ossa. Mio fratello aveva portato il cane, sgambato su e giù
avanti a noi, a nasare i cespugli e abbaiare a un randagio.
Si parlava poco per il fiatone, e rimpiangevo abbastanza il
fuoco del caminetto di casa, a Murlo. Ma era una voglia da
levarsi, una curiosità antica. Avevo letto qualcosa sul Castello
di Crevole, nel Vescovado, e mi attiravano i posti della leggenda
del fantasma di Donusdeo Malavolti, vescovo, apparso alle
truppe spagnole di Don Francesco di Toledo e del Conte Sforza,
che, durante la guerra di Siena, avevano dapprima conquistato
la rocca, e poi spianata. Lo videro sulle rovine "coperto
dei sacri parati; e brandendo minaccioso nell'aria il
Crocifisso, maestosamente ieratico, passò in mezzo alle truppe
vincitrici, stupefatte dell'apparizione improvvisa,
ripetendo ad alta voce l'anatema". Certo, doveva
essere stato un bello spavento anche per soldatacci come quelli,
abituati a tutte le battaglie, e, nel momento, esaltati dalla
gloria e il saccheggio.
La voce corse, e le apparizioni si moltiplicarono. Lo avevano
visto tutti. Il posto fu rapidamente abbandonato, la gente
si disperse e si riunì più lontano. E' da crederci senza
fatica; si fa presto a vedere un'ombra mossa dietro le
spalle, ingigantita da un lume che balla al muovere di un
fiato, e scambiata per "lo spettro del Vescovo che torna
spesso fra le rovine ululando alla luna e muovendosi lento
e grande fra i resti del Castello". In fondo, il Castello
era il suo. Fu lui a volerlo ampliare e fortificare, vagheggiando
di renderlo "la residenza e il centro di dominio più
importante dei vescovi senesi". In qualche modo cercò
di proteggerlo come poté. E visto che non gli era bastato
da vivo, continuò da morto, con la sola arma che aveva a disposizione:
la sua larva. Ma non è solo. Perché "dai fossi giungono
impressionanti gemiti, lamenti umani come il rantolo dei moribondi".
E ci sta anche questo clamor di battaglia perduta, queste
anime senza pace di morti ammazzati con le picche, le asce,
i muri che crollano addosso e seppelliscono morti, fortunati
perché già morti, e feriti, che alimentano la disperata certezza
di morire nell'odio che li dannerà. Massimo Biliorsi,
nel suo "Al di là di Siena", riferisce di qualche
visitatore notturno che ha riconosciuto nello spettro "un
vescovo morto che vaga dolente in Crevole, urlando alla (solita)
luna piena". Perché solo il
vescovo? Perché "appartiene alla schiera degli spiriti
elevati, personaggi di chiara fama che possono mettersi in
contatto con i viventi porgendo loro conforto e preziosi consigli".
E perché non anche l'energia psichica rimasta nel terrore
della morte e del buio eterno di quei poveri soldati? La "allucinazione
telepatica" collettiva di un mondo dal quale "sciamano
misteriosamente influssi e indicazioni, moniti e precetti",
imprigionati nelle viscere di quel castello proprio dallo
"spirito di un prete che viene visto con un grosso crocifisso,
con gli occhi di fiamma e i piedi di brace"? E perché
non un esercito di anime armate di dolore e di furia, a guardia
perpetua della rocca contro le invasioni degli Spagnoli di
ogni tempo, prigioniero della terrenità dell'ambizione
di possesso del vescovo, che danna all'inquietudine eterna
se stesso e tutti coloro che non lo seppero difendere?
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