Murlo Cultura n. 4 - 2004

Interessante analisi di una tecnica narrativa nella prima metà dell'Ottocento

Il "Proemio Gotico"

di Filippo Ferri

 

 

 

 

Nel racconto Il gatto nero, scritto dall'americano Edgar Allan Poe nella prima metà dell'Ottocento, compare una particolare tecnica narrativa che abbiamo scelto di chiamare "proemio gotico". Il "proemio" costituisce l'inizio del racconto (le prime cinque o sei righe) e presenta alcune caratteristiche peculiari, che verranno poi riprese da diversi scrittori. È da ritenere che il "proemio" sia un'invenzione dello stesso Poe, dato che non è riscontrabile in autori precedenti. L'unico precedente possibile risiede nel Manoscritto trovato a Saragozza, opera tormentata composta nei primi dell'Ottocento dal conte polacco Jan Potocki. Nel Manoscritto - una sorta di "decamerone nero" - si trova infatti una Avvertenza iniziale che precede ed introduce la narrazione. Ma l'Avvertenza, per forma e contenuto, è molto lontana dai "proemi" alla Poe. Inoltre, è quasi escluso che questi conoscesse lo scritto di Potocki ( la versione ufficiale è stata riscoperta dal Caillois solo nel 1958). Quindi, in assenza di fonti ulteriori, considereremo il "proemio" come una creazione dell'autore dello Scarabeo d'oro. I racconti di Poe ebbero un esteso, anche se non immediato, successo e il suo stile venne preso come modello da numerosi scrittori. Leggendo una raccolta di racconti irlandesi, abbiamo trovato un esempio di emulazione del "proemio" che appare davvero lampante e mostra chiaramente come gli innovativi stilemi di Poe furono emulati già a partire dalla prima metà del diciannovesimo secolo, appena dopo la sua morte. L'autore che consideriamo è sconosciuto ai più e ciò a causa della sua prematura scomparsa; il suo nome è Frizt James O'Brien. Irlandese, dopo aver vissuto a lungo in Inghilterra, viaggiò in America, dove si arruolò volontario fra le truppe sudiste nella Guerra di Secessione. Morì a trentatré anni di età, lasciando un corpus di opere (racconti) esiguo, ma decisamente interessante. Il racconto che prendiamo in esame si intitola Che cos'era? e fu composto nel 1859.
Analizziamo il " proemio" di Poe:
Per l'incredibile eppur semplice racconto che sto per scrivere, non mi aspetto né chiedo che mi si creda. Sarei davvero pazzo se lo pretendessi, quando addirittura i miei sensi rinnegarono la loro stessa testimonianza. Eppure non sono pazzo, e di certo non sogno. Ma domani morirò e oggi voglio alleggerire il mio spirito. Il mio primo intento è quello di presentare al mondo - in modo semplice e conciso, senza alcun commento - una serie di semplici avvenimenti familiari. Nel loro susseguirsi, essi mi hanno terrorizzato, torturato, distrutto. Tuttavia non tenterò di spiegarli. Mentre in me hanno generato solo orrore, ad altri potrebbero apparire più baroques che terrificanti. In futuro, può essere che emerga una mente che ricondurrà i miei fantasmi al senso comune: una mente più calma, più logica e molto meno eccitabile della mia; una mente che, nelle circostanze che io racconto con terrore, coglierà solo un'ordinaria successione di cause ed effetti del tutto naturali. ( Da "Il gatto nero")
Qui comincia la narrazione vera e propria, e il racconto prende forma. Prima di elencare alcuni elementi stilistici vistosi e, in un certo senso, oggi divenuti classici, leggiamo anche il "proemio" di O'Brien:
È, lo confesso, con notevole incertezza che mi accosto alla strana storia che sto per narrare. Gli avvenimenti che mi propongo di esporre nei dettagli sono di natura talmente straordinaria, che sono già preparato ad incontrare incredulità e scorno. Lo accetto in anticipo. Presumo di avere, spero, il coraggio letterario di affrontare l'incredibile. Dopo lunghe riflessioni, mi sono deciso, infatti, a narrare nel modo più diretto e più semplice possibile, alcuni fatti che sono venuti alla mia attenzione nel mese di Luglio e che, nelle cronache dei misteri della fisica non hanno eguali. ( Da " Che cos'era?")
Come si può facilmente osservare, numerosi sono i punti di contatto fra il primo ed il secondo brano; come il riferimento alla incredibilità della vicenda, alla quale è preclusa ogni spiegazione razionale. Inoltre, in entrambi gli autori è presente il richiamo ad una narrazione semplice e concisa (e che si rivelerà, ovviamente, convulsa ed caotica). Dobbiamo sottolineare come il "proemio" di O'Brien sia meno impegnato dal punto di vista stilistico. Poe utilizza un'antitesi ( "incredibile, eppur semplice"), una terna di polisillabi, un finale in crescendo (ripetizione di "ma"), e adopera una prosa con più elaborazione formale. Il secondo inizio, più che un compiuto tentativo di emulazione, appare come un omaggio, peraltro ben riuscito, a Poe. Da notare, in O'Brien, il riferimento alla Fisica. Infatti, in alcuni racconti dell'Irlandese vi sono chiari segni di anticipazione scientifica, che fa da lontano precursore alle storie di Wells. Un "proemio" simile è rintracciabile in un altro racconto, scritto da un autore che rappresenta nello stesso tempo uno dei cardini del Naturalismo francese ed uno dei maggiori scrittori di storie fantastiche del proprio tempo: Guy De Maupassant. Il "proemio" di Maupassant, lo diciamo in anticipo, si differenzia dagli stili fin qui proposti; è indubbiamente vero che esso si allontana un poco dal tono pacato, quasi rassegnato, di Poe, proponendo un narrare più concitato, ricco di esclamative e una sintassi a tratti sconnessa. È altrettanto vero, però, che l'inizio del francese risponde compiutamente alle forme ed alle regole del "proemio" e fa perciò parte della nostra analisi.
Dio! Dio! Sto per scrivere infine il resoconto di quel che mi è successo! Ma riuscirò? Ne avrò il coraggio? La mia vicenda è così assurda, così inesplicabile, incomprensibile, folle!
Se non fossi assolutamente sicuro di tutto ciò che ho visto, se non fossi certo che i miei processi mentali furono chiari e precisi, che mai mi sono sbagliato nelle mie indagini, senza lasciare la più piccola lacuna nelle mie ricerche, non potrei far altro che credermi un allucinato, vittima d'una strana visione. Chi lo sa, dopotutto?

Ora mi trovo in un ricovero per malati di mente. Vi sono entrato di mia volontà; per paura, per autodifesa. Una sola persona conosce per intero la mia storia: il medico che qui ha cura di me. Adesso voglio scriverla. Non so esattamente perché… forse per liberarmene, perché sento che mi opprime, dal di dentro, come un incubo intollerabile. Eccola. ( Da " Chi lo sa?")
Maupassant si presenta qui come l'autore più romantico. Infatti, se in Poe viene salvata una certa simmetria, un certo gusto per gli equilibri sintattici, il romanziere francese insiste sulla frammentazione della sintassi, sul garbuglio di proposizioni, che, chiaramente, rispecchia l'intrico psicologico del protagonista.
Il "proemio", presente in altri autori e in altre forme, è dunque un espediente letterario che può assumere diverse fisionomie. Qui ne abbiamo vedute tre: una molto semplice, forse leggermente ingenua, come in O'Brien; una più classica, dal marcato gusto neogotico; una enfatica, ricca di ripetizioni, brusche interruzioni e frasi tronche. Un quarto esempio di "proemio gotico", molto interessante poiché proveniente da un'area decisamente marginale alla letteratura fantastica, è quello scritto da Remigio Zena nel suo celebre racconto Confessione postuma.
Mi perdoni, Monsignore reverendissimo, se nello stato di turbamento ineffabile nel quale mi trovo, ardisco rivolgermi a lei, chiedendo aiuto e consiglio. Prima di confidarmi ad altri, che forse riderebbero di me trattandomi d'allucinato e di visionario, dalla sua carità paterna imploro quella pace al mio spirito che altri non saprebbero darmi; e nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo l'imploro fiducioso, in memoria della benevolenza tutta speciale onde lei si compiacque onorarmi per tanti anni, e che fu il tesoro della mia adolescenza e della mia giovinezza, fin dal giorno che, per grazia divina indegnamente ascritto alla milizia della Chiesa, tremando e giubilando, offersi la prima volta il santo Sacrifizio. Padre, padre mio, mi ascolti e mi illumini. Colla mente mi inginocchio ai suoi piedi e le apro tutta l'anima mia. ( Da " Confessione postuma")
Se in Maupassant il narrare era spasmodico, Zena, con mirabile abilità, recupera una struttura più vicina a Poe. Da notare un certo gusto per le coppie ("aiuto e consiglio", "allucinato e visionario", "tremando e giubilando" - quest'ultima per giunta in antitesi - e altre) e per la simmetria sintattica. Una simmetria che, forse, toglie un po' di quell'atmosfera in bilico tra disorientamento e razionalità, che costituisce uno dei caratteri più affascinanti di Edgar Poe. È chiaro insomma che Zena, pur essendo attento lettore di storie fantastiche, possiede una cultura marcatamente italiana e, pertanto, classica, la quale agisce sulle forme del proemio. Per fornire una prova a sostegno della tesi esposta, cioè dell'influenza esercitata da Poe, ci pieghiamo al principio dell'auctoritas: "Un dato essenziale per decifrare questo racconto sta nel fatto che il narratore è anche il protagonista della vicenda, secondo una modalità frequentemente sperimentata da Poe." (da Il sistema letterario, di Guglielmino-Grosser). Parlando di Poe e dei suoi stilemi, è impossibile esimersi dal citare H. P. Lovecraft, il più grande autore di racconti del terrore del ventesimo secolo, e vero erede dello scrittore americano. La nostra analisi assume in Lovecraft un interesse particolare; egli fu, in un certo modo, un formalista, un narratore attentissimo allo stile, pronto anche a demolire le proprie opere giovanili nella ricerca di una forma sempre più perfetta. Ecco quindi che, nelle mani di un simile scrittore, il proemio non viene semplicemente emulato, ma anche innovato, variato, arricchito. Il "solitario di Providence" ha sperimentato il proemio in una gran quantità di racconti, fra i quali possiamo ricordare Le montagne della follia, Il modello di Pickman e Aria fredda. Uno dei migliori, perché fra i più innovativi, è quello contenuto in L'ombra calata dal tempo, che proponiamo di seguito.
Dopo ventidue anni d'incubo e di terrore, salvato solo dalla disperata convinzione che le mie sensazioni abbiano origine da un delirio, sono ancora riluttante a dire la verità su ciò che credo di aver scoperto nell'ovest dell'Australia la notte fra il 17 e il 18 Luglio 1935. C'è motivo di sperare che la mia esperienza sia in tutto o in parte il frutto di un'allucinazione: le cause non mancherebbero.
E, tuttavia, il suo realismo è tanto orribile che, a volte, sperare mi è impossibile. (…) Se quella notte io ero effettivamente sveglio e sano di mente, la mia esperienza è tale che non può essere capitata a nessun altro uomo ed è la spaventosa conferma di ciò che più volte ho cercato di liquidare come un mito o come un sogno. Per fortuna non esiste nessuna prova, giacché nel terrore ho perduto l'oggetto spaventoso che - se reale e portato fuori dall'abisso - avrebbe costituito una testimonianza irrefutabile.
( Da "L'ombra calata dal tempo")
Con Lovecraft, tutto si fa più complesso. Il proemio, di cui abbiamo saltato una parte data la sua estensione, è - per così dire - molto più maturo. In Poe, esso è uno stilema ben riconoscibile, quasi "staccato" dal resto del racconto; il passaggio dal proemio alla narrazione è evidente. Lovecraft riesce invece a camuffarlo, a saldarlo, a fonderlo col resto della narrazione. Questa è una grande conquista dello scrittore di Providence , ottenuta mediante un paziente lavoro di riscrittura e rielaborazione.
In conclusione, per mettere in luce il sottile filo che unisce tutta la letteratura, è interessante riportare un breve frammento da un proemio di Lovecraft (di un racconto del 1933), che ci appare come un riferimento al prima citato Maupassant.
Fino a quel momento mi erano sembrati pura follia gli assurdi racconti che, a un certo punto, mi indussero ad agire. Mi chiedo tuttora se non sia stato ingannato o se non sia pazzo sul serio, dopotutto. Chissà? ( Da " La cosa sulla soglia")

 

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