Murlo Cultura n. 4 - 2004

II luoghi della memoria - Storie vere... o quasi

Poggio NAPOLEONE

Racconto di Luciano Scali

 

 

 

 

Conosci Poggio Napoleone?
"No! Mai visto, né sentito nominare!"
"E' possibile non t'abbia mai dato nell'occhio quel poggio sopra a Terra Bianca?"
"Terra Bianca? No davvero!"
"Si trova subito dopo Suvignano sulla vecchia strada per Ponte d'Arbia; è tutto pelato, con tre o quattro alberini in punta e si vede da mezzo mondo..."
"Ah! Ho capito!... Ma perché si chiama così?"
"Se stai zitto e m'ascolti te lo dico."

……………………….
Sono passati più di duecento anni ormai da quando i francesi, dopo essere usciti dalla rivoluzione, s'erano messi a scorrazzare per l'Europa conquistandone una buona parte. Anche all'Italia toccò la stessa sorte, vale a dire d'essere invasa come al solito e d'essere nuovamente depredata dai padroni di turno.
Arrivarono anche a Murlo perché la guerra quando passa non sente storie, passa dappertutto. Uno può rintanarsi dove vuole, può abitare il più lontano possibile e nel peggio posto, ma la guerra va a trovarlo e prima o poi lo scova, ci puoi contare. Però c'è anche chi di rintanarsi non ha voglia, fiducioso nel detto di "non potersi tirar fuori il sangue da un rapo" e che dalla miseria, più di tanto non si può ricavare.
La miseria, sotto certi aspetti può divenire una grande forza e chi ce n'ha da vendere può a buona ragione, sentirsi fortissimo. Così pensava quel ragazzo ormai maturo pascolando due o tre pecore assieme al suo cane, nei pressi di Terra Bianca. Stava da solo in quel casolare, ultimo superstite di una grossa famiglia dissoltasi col tempo; pian piano se n'erano andati tutti: chi all'altro mondo e chi dalla disperazione di non poter trarre da un luogo così ingrato il necessario per vivere. Lui poi non avrebbe saputo dove andare. Era già tanto se ce l'aveva fatta a tornare dalla guerra dove aveva trascorso il meglio della giovinezza e avuto per compenso varie menomazioni a seguito di brutte ferite.
Era ritornato, è vero, ma segnato dal destino, trascinando una gamba e con una gobba che lo rendeva deforme. Nessuna ragazza dei dintorni se l'era sentita di dividere con lui la propria vita, cosicché, fattosene una ragione tirava avanti come poteva pascolando le pecore e raccogliendo qualcosa dall'orto vicino casa.
Arrivarono i soldati: entrarono in casa rovistandola da cima a fondo alla ricerca di qualcosa da rubare, ma non trovando nulla se la presero con lui affinché rivelasse dove nascondeva un tesoro mai posseduto. Le sue deformità non gli furono d'aiuto, anzi servirono a quei bravacci per dileggiarlo e farlo oggetto dei loro scherzi triviali. Era pomeriggio tardo quando lo tirarono fuori di casa per portarlo in cima al poggio dove si erano acquartierati. Gli avevano legate le mani con una corda ed un tizio a cavallo si divertiva a farlo correre. Altri, invece si spingevano avanti le pecore. Arrivati all'accampamento gli sciolsero le mani continuando a dileggiarlo e, nel passarselo a spintoni l'un con l'altro come fosse un fagotto, si facevano grandi risate. "Siete un branco di vigliacchi!" disse loro "Tutti insieme contro una persona indifesa! Siete bravi, non c'è che dire... qualche anno fa non vi sareste azzardati a farlo! Non ve ne avrei dato il tempo!" "Davvero? E cosa avresti fatto?" "T'avrei tagliato il collo come a un agnello!"

Ci fu un attimo di silenzio, poi quello che sembrava il capo gli s'avvicinò e dandogli un buffetto sulla guancia gli disse: "Bravo! M'hai dato un'idea! Non abbiamo agnelli, ma abbiamo le pecore. Faremo a loro quanto volevi fare a noi, sempre se ne fossi stato capace però! Avremo arrosto per cena e tu domani potrai servirti degli avanzi. Adesso vai a casa e ringrazia Dio se ti ci rimandiamo con le tue gambe!"
A spintoni cercarono dall'allontanarlo e mentre faceva resistenza continuava a dire: "Vigliacchi! Ladri!" poi raccolti alcuni sassi cominciò a lanciarli contro i soldati continuando ad inveire. Fu subito ripreso e percosso; gli passarono un cappio attorno al collo e lo issarono sopra un mucchietto di pietre. Poi, dopo aver fissato l'altro capo della corda ad un ramo, venne lasciato in attesa che s'impiccasse da solo.
Era notte ormai. I fuochi accesi sul colle si vedevano in lontananza assieme al disgraziato sempre più stanco. Improvvisamente la campagna attorno si animò; stavano arrivando altre truppe a piedi ed a cavallo guidate da un personaggio che alla loro testa impartiva ordini perentori eseguiti subito con precipitazione. Quando scese da cavallo tutti gli fecero largo così s'accorse dell'uomo appeso. "Cos'ha fatto?" chiese. "E' un ladro! L'abbiamo sorpreso a rubare!" "Ben gli sta !" Dalla sua posizione precaria allora l'uomo disse: "Che i tuoi soldati fossero vigliacchi e ladri glielo avevo già detto io, ma non avrei immaginato che lo fossero al punto da divenire bugiardi per giustificare le loro malefatte!" "Tiratelo giù!" e poi rivolgendosi a lui: "E tu chi sei?" "Un soldato nato in quella casa là… che conosce la guerra e ne porta i segni. Io però non mi sono mai comportato come i tuoi. Con gente come questa andrai poco lontano!" "Erano tue le pecore?" "Si." "Torna a casa e comprane delle altre." E così dicendo gli porse del denaro. L'uomo scosse la testa e non stese la mano per prenderlo. "C'est la guerre!" disse, e se n'andò.
Al mattino dopo c'era il sole. Le truppe se n'erano andate ma c'era qualcosa di nuovo sul poggio: un numeroso gregge vi stava pascolando intorno. Si diresse lassù con la velocità consentitagli dalla sua menomazione e giunto sul posto vide un foglio attaccato all'albero dove l'avevano tenuto appeso.
Diceva: "Sarei stato italiano anch'io se fossi nato qualche anno prima. Adesso servo la mia patria come posso, con il mio esercito, così come del resto fai tu da solo con i tuoi sassi. Come vedi siamo uguali perché ambedue facciamo la stessa cosa. Mi hai impedito di commettere un'ingiustizia e te ne sono grato; ne commetterei però una più grave andandomene conoscendo la verità e senza riparare il torto che ti è stato fatto. Accetta questo gregge e mi farai contento. Napoleone."
Il ragazzo non più giovane rimase seduto sulle pietre, a fissare il foglio che l'imperatore aveva scritto proprio a lui. Da quel momento in poi non sarebbe stato più capace di salire lassù senza ricordare l'episodio; da ora in poi quel poggio sarebbe stato per lui il "Poggio di Napoleone".
Quando la storia si riseppe in giro ognuno in paese cominciò a chiamarlo così, ed il nome è rimasto tale e quale fino ad oggi.

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