Murlo Cultura n. 5

Riflessioni sull'opera leopardiana

Il lungo addio a Petrarca

"Un nuovo tipo di poesia, sradicata dalla tradizione poetica"

di Filippo Ferri


Giacomo Leopardi è uno dei capisaldi della letteratura italiana ed uno fra i massimi poeti di sempre. A lui sono stati dedicati innumerevoli saggi, articoli e dissertazioni, la sua arte poetica è stata discussa e celebrata da critici e poeti medesimi. Ma qual è - ci chiediamo dunque - il grande merito di Leopardi? Per quale ragione la sua influenza è tuttora talmente palpabile? Quello che il Leopardi ha fatto, nella propria carriera letteraria, è stato di intraprendere un itinerario stilistico ben preciso, portandolo avanti sulla falsariga di una fittizia evoluzione di pensiero. Infatti, mentre concettualmente il pensiero leopardiano rimane pressoché immutato dalla giovinezza sino agli ultimi anni di vita, lo stile subisce una vistosa e significativa modifica, lenta ma costante lungo tutta la sua produzione poetica. Tale percorso letterario può prendere il nome di sliricamento, poiché volto proprio a sliricare la poesia italiana. Sliricamento significa allontanamento dalla poesia degli antichi, cioè da una poesia serena ed armoniosa, basata sull'equilibrio e sulla misura. In altri termini, un lungo addio a Petrarca, un abbandono della tradizione classica. Questo abbandono si concluderà con l'approdo - come vedremo in seguito - ad un nuovo tipo di poesia, sradicata dalla tradizione poetica.
Mettiamo da parte, allora, uno sterile contenutismo e concentriamoci sullo stile. Inizialmente, il Leopardi adottò uno stile improntato ad un classicismo magniloquente, ricco di elementi petrarcheschi; uno stile tradizionale, riscontrabile nelle dieci canzoni bolognesi del 1824. Questa scelta stilistica fu però accantonata subito dopo. Già nei Piccoli Idilli, nel 1822, è presente una poesia dai toni più dimessi, meno illustri, anche se non ancora avviata al processo di sliricamento. Nell'Infinito, ad esempio, il Leopardi si limita ad innovare la poesia sul piano del contenuto, inserendo un pensiero filosofico in un contesto bucolico. Ai Piccoli Idilli segue il lungo silenzio poetico del Leopardi; anni in cui egli si occupa della stesura delle Operette Morali. Bisogna attendere il 1828 perché il Leopardi trovi chiaramente il proprio progetto letterario. Con i Canti pisano - recanatesi viene inaugurata una nuova stagione poetica, all'insegna dell'antieloquenza e dello sliricamento.
Questo nuovo corso ha come prima tappa la poesia A Silvia, nella quale si notano primi vistosi sintomi di antieloquenza. Innanzi tutto, il metro non è fisso; le strofe sono disuguali fra loro; manca quasi completamente la rima; la sintassi inizia ad essere più lineare e semplificata. Nonostante ciò, in A Silvia permangono numerosi fattori classici, soprattutto le inserzioni petrarchesche, come le coppie aggettivali ridenti e fuggitivi e sola e pensosa.
Da segnalare sono gli ultimi quattro versi del canto, i quali sono un vero "manifesto" del futuro stile leopardiano. Lo sliricamento si fa più evidente nella poesia La quiete dopo la tempesta. Qui è da sottolineare in particolar modo lo sliricamento sintattico. La sintassi appare piana, lineare e totalmente paratattica (almeno nella prima strofa). Manca dunque qualunque tipo di contorsione sintattica, a partire dall'incipit: passata è la tempesta.
  Il dettato poetico si accosta, perciò, alla prosa. In campo lessicale, lo sliricamento si traduce nell'uso di vocaboli antieloquenti e prosaici; ricordiamo femminetta, balconi, giornaliero, erbaiuolo. Prova esemplare di sliricamento è l'inserzione del termine gallina, umile e non appartenente alla tradizione, al quale viene affiancato, per farne risaltare l'antieloquenza, il vocabolo solenne augelli; inoltre, a gallina viene conferita un'amplificazione sintattica di quasi tre versi. In questa fase dei Canti, Petrarca viene abbandonato anche da un punto di vista tematico, con la descrizione di comuni scene di vita paesana.
Petrarca sopravvive soltanto in certi inserti all'interno di quadretti sereni; si tratta, però, di un Petrarca "depotenziato" ; ad esempio, ne La quiete il verso petrarchesco di sentiero in sentiero è posto vicino all'antieloquente erbaiuol. Una simile operazione è presente anche nel Canto Il sabato del villaggio, dove il termine petrarchesco zappatore è reso meno illustre dall'assenza di aggettivi e dalla vicinanza del gerundio fischiando ( la tradizione avrebbe voluto zufolando). Ne Il sabato lo sliricamento si ripete sintatticamente e lessicalmente, con una sintassi essenziale e termini prosaici (garzoncello, donzelletta, martel, sega, e reca in mano, espressione dialettale di Recanati). Un importante passo avanti nel processo di sliricamento è rappresentanto dal Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. In tale poesia, la canzone petrarchesca si è dissolta.
Le strofe, difformi tra loro, sono fonte di asimmetria, così come la mancanza di rime; è insomma sparito ogni tipo di ordine metrico tradizionale. La prosaicità è ormai dominante, a causa della presenza di nessi logici bene in mostra e di trapassi narrativi piuttosto bruschi. Il passo stilistico successivo è A sé stesso. A sé stesso è l'estremo congedo dal Petrarca, l'ultima tappa dello sliricamento. Con questo componimento Leopardi abbandona definitivamente la poesia classica ed approda ad uno stile nuovo. Uno stile spoglio, nudo, sgraziato, dimesso, privo di aggettivazione ornamentale, di coppie e di parallelismi. Una poesia dal ritmo spezzettato, disseminata di pause forti ad interno di verso e sbilanciata da improvvise inarcature. Una poesia nella quale la sintassi è irrelata, convulsa, non più sorretta da pochi e grandi centri sintattici; una poesia nella quale la " trama logica del discorso si smaglia in un fitto balenio di sententiae" (Traina). Una poesia, dunque, in cui la gerarchia sintattica è scomparsa; uno stile che si avvicina il più possibile alla prosa, senza una precisa volontà costruttiva da parte del verso. La poesia che, sino a Montale, dominerà per tutto il Novecento.