Murlo Cultura n. 5 - 2004

Una presenza alla quale pochi credono ma che ai più incute paura

IL DIAVOLO

di Filippo Ferri


   

Il più grande inganno che il diavolo abbia fatto all'uomo, è quello di fargli credere che non esiste.
Così scriveva Baudelaire, poeta maledetto e crepuscolare rappresentante di un romanticismo ormai lacero e prossimo alla fine. Il diavolo: una figura diffusa, attuale, insidiosa ed inquietante nella sua moderna ambiguità, ma al tempo stesso remota, antichissima, quasi primordiale; un nome che ha assunto nel tempo le forme più diverse ed insolite, evocatore di paure ancestrali ed irrazionali, ma anche drammatica fonte di responsabilizzazione collettiva. Il diavolo accompagna l'uomo dalla sua comparsa sulla Terra. Da sempre è stato lo specchio delle sue paure, delle sue ossessioni, delle sue più inconfessabili pulsioni. Il diavolo ha ispirato musicisti, pittori, scrittori, compositori, scultori.
La sua presenza nell'arte è talvolta latente, talvolta esplicita. Giusto per fare qualche esempio, possiamo ricordare, in letteratura, il Faust di Goethe, gli Elisir del Diavolo di Hoffman, il Paradiso Perduto di Milton; in pittura, l'opera di Hieronymus Bosch oppure quadri quali il Volo do Stregoni e il Sabba di Francisco Goya; il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini, nella musica. La presenza malefica e tentatrice di Satana è largamente diffusa presso tutte le popolazioni antiche. Dalle culture mesoamericane ai Mandei, dagli Slavi agli Albigesi, dai Greci agli Etruschi. Cerchiamo allora di tracciare un quadro essenziale ma esauriente del demonio presso i popoli dell'Etruria. Sicuramente le rappresentazioni del diavolo presso gli Etruschi hanno influenzato la successiva rappresentazione cristiana.
È possibile fare un breve elenco di queste rappresentazioni:

Vetis - un dio degli inferi che appare nella zona più funesta del fegato di Piacenza.

Culsu
- è una delle Erinni e viene raffigurata con una torcia e con la spada, la quale serviva a recidere la vita.

Alpan
- è un genio femminile, probabilmente identificabile con la Persefone greca.

Velcanus
- il Vulcano dei romani; divinità funesta e folgoratrice.

Mantus - ulteriore rappresentazione di Ade.
Mania - una variante di Persefone.

Vanth - una dea simboleggiante il fato ineluttabile, che compare nella Tomba Francois di Vulci.

Lupo - animale simbolo della morte che percorre tutta l'escatologia etrusca. Non è un caso che Ade sia raffigurato col capo coperto da pelle di lupo, nella Tomba dell'Orco di Tarquinia.

Nella religione etrusca, la rappresentazione delle divinità infernali è particolarmente sviluppata, più che presso i Greci o i Romani. Dal IV secolo a.C. in poi, si ebbe una progressiva ellenizzazione dei culti etruschi.
Ciò significa che, con l'estendersi della cultura etrusca, il demonio greco si sarebbe lentamente sovrapposto alle credenze più arcaiche ed ancestrali del mondo etrusco, finendo con lo stravolgerle del tutto. Particolarmente significativa a questo proposito è la figura di Charun, ovvero Caronte. Questo demonio differisce di molto dalla classica figura greca, a tal punto che alcuni studiosi hanno preferito vederlo come una divinità autonoma rispetto al mondo greco. Sembra infatti che Charun, più che con il Caronte greco, abbia a che vedere con la divinità mesopotamica Nergal. Numerose sono le raffigurazioni di tale divinità infernale; ricordiamo almeno il dipinto del demone su una parete della tomba degli Anina a Tarquinia. Egli è una creatura semi-animale, un semidio, simbolo del soddisfacimento della carne, che appare solo in punto di morte e non nell'aldilà. Si presenta armato di un grande martello col quale colpisce il defunto, forse a significare una morte violenta. Il colore della sua pelle è azzurro e talvolta può avere serpenti sulla testa ed essere armato di fiaccola ed uncino. È interessante notare come si trovino, in alcune tabulae etrusche, tracce di stregoneria e di magia nera. Si tratta di iscrizioni o simboli utilizzati per invocare divinità infernali e chiedere loro alcuni servigi, come la morte o l'impotenza sessuale di una persona odiata. Particolarmente importante è infine la nozione di mundus. Era una fossa consacrata agli dei inferi e ai defunti e costituiva un ponte, un varco, un passaggio tra il mondo dei Vivi e quello dei Morti. Etimologicamente esso deriverebbe dai termini "luogo sotterraneo" e "tomba". Tutte le informazioni che abbiamo sul mundus ci vengono dalla cultura romana. Sappiamo che esso era il luogo in cui risiedevano le divinità infernali e che, quando veniva aperto, sollevando una grande pietra manale posta a sua custodia, ne fuoriuscivano diavoli e creature infernali di ogni sorta, compresi gli spiriti dei defunti. Ne conseguiva una condizione di tabù, in cui tutte le attività preminenti della città erano sospese, poiché si riteneva che essa fosse invasa dai morti.
Questa succinta descrizione ha voluto non solo presentare remoti deliri e credenze antiche. Speriamo di esser riusciti a mostrare che il diavolo non è cosa del passato, bensì figura del presente, non appartenente solo a sepolte dimensioni storiche, ma dominatore immanente dell'immaginario e dello spirito umano.


Fonte: Il diavolo, di A. Di Nola.
Foto da "Notre Dame", Paris

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