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Di
Vallerano non si è parlato molto e, quando lo abbiamo fatto, lo
è stato per presentarlo come esempio di luogo sperduto, di difficile
accesso e costantemente in rovina. Anni or sono gli è stata dedicata
buona parte del calendario con le stupende foto di Antonella Guidi e Stefania
Foderi, un racconto di fantasia ed un articolo di rimpianto per la trasformazione
della vetusta chiesa di S.Donato, così carica di storia, in una
più pratica struttura ricettiva. "E' il mondo che cambia!"
furono i commenti che ne seguirono e di Vallerano non si parlò
più. Di tanto in tanto ci capito trovandovi sempre i soliti irriducibili
abitanti, qualche frana in più e piccoli restauri di fantasia realizzati
qua e là dagli ultimi acquirenti innamoratisi del fascino che sprizza
da quei ruderi. Eppure, oltre alla miseria sempre imperante nella zona,
vi sono stati negli ultimi scorci di storia della frazione, alcuni periodi
di speranza legati all'utopia delle ricerche minerarie che presero avvio
un po' dappertutto in Italia a seguito della conquistata unità
nazionale. Una ragazza di queste parti, Barbara Anselmi, della quale abbiamo
grande stima, dedicò a Vallerano una parte importante della sua
tesi di laurea di cui cito alcuni stralci, allorché trattando delle
"serpentiniti", si soffermò a sottolineare le ricerche
effettuate nella zona con l'intento di sfruttarne le mineralizzazioni
di rame presenti.
Notizie di avvenute ricerche datano dal 1883 e portano la firma dell'ingegner
Bidou, già direttore generale della "Compagnia Francese delle
Miniere di Pienza". Questi, esautorato dal proprio incarico presso
la miniera di Murlo, continuò la sua attività dedicandosi
alla ricerca in galleria dei solfuri di rame nei pressi di Vallerano,
lungo il fosso di Pietracupa. I lavori furono ben presto abbandonati ma
alla fine della prima guerra mondiale vennero ripresi e ampliati dalle
"Miniere Riunite Savelli" con sede in Siena. In questa occasione
furono approntati due piazzali: il primo ai bordi del fosso con una galleria
in direzione est, e l'altro a quota 226,0 m s/m, vale a dire circa 25
metri più in alto. Il minerale ricavato si suddivideva in: calcopirite,
con un tenore in rame del 25% circa e in roccia serpentinitica e diabasica
mineralizzata con tenore in rame del 10% circa. Però sul mercato
non c'era richiesta di minerale grezzo e la limitata quantità disponibile,
non consentiva di procedere a costose operazioni di arricchimento sul
posto, cosicché, fatti i debiti conti l'attività venne abbandonata.
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Le
ricerche nella zona vennero riprese nel 1940 per conto di Serpieri e Zoppis
ed estese anche ai poggi circostanti e l'anno successivo, il permesso
di ricerca venne trasferito alla Società Anonima Cuprifera Toscana.
Questa effettuò prospezioni sugli affioramenti di Poggio al Piano
e sul fosso dei Fangacci oltre a riprendere i vecchi lavori fino ad incontrare
le antiche gallerie abbandonate vent'anni prima. I risultati furono scarsi
a causa dei bassi tenori di rame riscontrati.
Nel 1947 i lavori vennero definitivamente abbandonati. Col passare del
tempo i segni delle attività sono quasi del tutto scomparsi tranne
una scenderia tuttora aperta che ancora potrebbe costituire un pericolo
per la pubblica incolumità a causa della sua profondità
(circa 5 metri), ripidezza e mancanza di possibili appigli. All'occhio
dell'esperto non possono sfuggire i vari tentativi di sondaggi effettuati,
né l'identificazione del piazzale superiore permanendo ancora residui
resti di minerale fortemente degradato. Lo stesso dicasi del piazzale
inferiore del quale rimane soltanto una porzione di muratura ad angolo
a contenimento delle scarpate soprastanti. Inutile la ricerca degli ingressi
ormai scomparsi da decenni. Resta solo la realtà di un luogo estremamente
selvaggio e suggestivo che nel passato dovette essere testimonio di attività
febbrili legate anche alle cave del serpentino occorso alla costruzione
del Duomo di Siena. Non per nulla, il fosso dei Fangacci era conosciuto
anche come "il fosso degli Scalpellini" e qualche anziano questo
nome lo ricorda ancora.
Bibliografia:
"Murlo:
dalla mineralogia delle serpentiniti a una proposta di fruizione naturalistica
del territorio"
Barbara Anselmi- Tesi di Laurea. 1996/97
Planimetria
delle ricerche minerarie della Miniere Riunite Savelli
(disegno di Luciano Scali, da una tavola dell'Ing. Savelli del 1918)
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Vallerano nei vecchi documenti minerari
Le
ricerche minerarie in epoca recente, non si limitarono soltanto al rame
come accennato nell'articolo e indicato nel Registro delle concessioni
alle voci Vallerano e Vallerano II, ma proseguirono negli
anni successivi con la ricerca di Manganese, Stagno, Pirite e Solfuri
misti. Ecco come vengono descritte per sommi capi, sempre nel medesimo
registro, le concessioni rilasciate dopo la cessazione dell'attività
nella miniera di rame illustrata a fianco.
Vallerano
- Permesso per Cu - Pirite di Fe - Mn - Sn.
S.A.Cuprifera Toscana (maggio 1945)
Descrizione: Le serpentine costituiscono una larga fascia nella
parte a N della zona richiesta. Sulle serpentine poggiano i gabbri e
i diabasi costituendo per differenziazione magmatica, zone di contatto.
A copertura di questa vasta zona eruttiva sono gli scisti calcareo-diasprigni
e le ftaniti dell'eocene superiore. Alcuni punti del contatto diabase-serpentino
e la massa diabasica in ispecie si presenta mineralizzata unitamente
a calcopirite. Spesso piccole vene di quarzo discretamente mineralizzato
a calcopirite e pirite attraversano la massa diabasica stessa. Inoltre
gli scisti diasprigni eocenici in alcuni punti sono manganesiferi.
Vallerano - Permesso per solfuri di Cu - Pb - Zn e minerali associati.
Soc.Montecatini Edison.
Descrizione: permesso richiesto per gli anni 1971-1973, con proroghe
fino al 1979.
LEGENDA
dei simboli dei metalli: Cu (rame), Fe (ferro), Mn (manganese), Sn (stagno),
Pb (piombo), Zn (zinco).
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