MurloCultura 2013 - Nr. 3

Il muratore

di Luciano Scali

(trentesima puntata)

Gli ultimi tre incontri con la nostra rubrica hanno visto, quali protagoniste, alcune sollecitazioni particolari sulle strutture murarie da gestire con dovuta cautela. Si trattava di carichi apparentemente statici che, insistendo su superfici inclinate, erano destinati a scindersi in due componenti: una verticale e l'altra parallela all'inclinazione dando luogo a risultanti oblique da doversi neutralizzate in qualche modo. L'entità di ognuna di queste sollecitazioni variava col variare dell'angolo d'inclinazione della superficie sulla quale insisteva. Da qui la necessità di ricorrere a particolari accorgimenti per evitare di sottoporre la muratura a spinte anomale alle quali non avrebbe potuto opporsi. Il fare uso delle catene era prassi comune in passato anche se il ricorso ad esse poteva talvolta penalizzare l'estetica del manufatto. Ma, in ogni caso si optava sempre "per il male minore" pur di tutelare la sicurezza dell'immobile scelto come stabile rifugio. Nel corso della mia ormai lunga esistenza ho avuto il privilegio di risiedere in varie dimore, da quelle più modeste, quasi al limite del riparo, ad altre più accoglienti capaci di assicurare un certo confort e quindi di poterne valutare le differenze. Nel primo caso si trattava dell'essenziale, giusto per ripararsi dalla pioggia dove era possibile scorgere il cielo stellato tra gli interstizi delle tegole poggiate direttamente sui correnti e attraverso i quali il vento fischiava ed il nevischio poteva entrare nella stanza; dall'altro invece un rassicurante strato di mattoni sottili faceva da diaframma tra la copertura del tetto e la zona abitabile. Proprio come la maggior parte delle abitazioni di Murlo, dove il rumore della pioggia sui coppi arriva attutito dando l'impressione, nel dormiveglia, di trovarsi sotto una doccia simile alle vere ma incapace di bagnare. Le stanze sottotetto, con l'appoggio dei correnti sul muro perimetrale quasi ad altezza d'uomo, erano prive di contro soffitto e la sezione della stanza si poteva associare ad un trapezio rettangolo dal lato inclinato coincidente con la falda del tetto. Luoghi essenziali, molto contenuti, pieni di fascino e abbastanza facili da riscaldare. Sulla copertura venivano praticati passaggi di varia natura sia per la normale manutenzione e per riparazioni oppure per dare luce ed aria agli ambienti sottostanti. Se l'immobile era munito di soffitta praticabile e quinti utilizzabile come ricovero di materiali in disuso, la ventilazione dell'ambiente era auspicabile e poteva ottenersi per mezzo di tegole dalla foggia particolare che impedisse all'acqua di penetrare all'interno e con adeguate schermature per impedire l'accesso ai topi e agli uccelli. Di solito "il passaggio d'uomo" veniva realizzato sull'ultimo pianerottolo della scala dove l'ingresso al tetto non procurava intralci e dove si poteva apportare qualche modifica alla copertura per costruirvi l'abbaino d'accesso. Era questi un passaggio protetto attraverso il quale accedere al tetto ma concepito in modo da evitare possibili infiltrazioni d'acqua piovana. Di solito si arrivava all'abbaino attraverso la soffitta per non penalizzare un'unità abitativa con tale servitù. Da qui la tendenza a realizzare il passaggio nel vano scala in modo da renderlo completamente autonomo e accessibile in ogni momento. Un altro accorgimento consisteva nell'ubicarlo il più vicino possibile al culmine del tetto dove, in caso di pioggia, la portata delle acque era minore che nei pressi della gronda. A seconda dei casi la piccola costruzione risultante poteva avere l'aspetto semplice di una "prosecuzione della falda del tetto", oppure presentarsi come una casetta, con copertura a due falde perfettamente ambientata con lo stile dell'intero fabbricato. Nelle costruzioni dei paesi nordici, ove l'inclinazione dei tetti può rasentare i 60° per evitare l'accumulo della neve durante i mesi invernali, questo utile accessorio costruttivo pur mantenendo la sua funzione, può divenire addirittura finestra trasformando così la soffitta in unità abitativa conosciuta ai nostri giorni come "mansarda". Ma tornando alle costruzioni del passato nelle nostre zone, è interessante rendersi conto come il muratore, indipendentemente dall'intervento di qualsiasi tecnico, riuscisse a risolvere il problema dell'accesso al tetto senza ricorrere a marchingegni sofisticati e usando solo i materiali di cui disponeva.

Fig. 1. Abbaino a doppia falda.

 

Fig. 2. Abbaino a unica falda: vista dal lato posteriore e in sezione verticale.

Nelle figure si è cercato di rendere comprensibili i due manufatti accennati, osservando più da vicino i materiali di cui erano composti e il loro adattamento alle strutture di supporto. La loro larghezza variava il funzione della distanza tra le "passinate" e, soprattutto, del numero di quelle interessate al passaggio. Di solito, nell'abbaino a una falda, se ne usavano tre, intendendo con questo la rimozione di due correnti e tre file di mattoni sottili ottenendo così un passaggio utile di circa un metro. Nel secondo caso, invece, le passinate divenivano quattro e la copertura del manufatto divisa in due falde. La lunghezza di ambedue era legata alla distanza tra gli arcarecci, vale a dire a quella del corrente ovvero a centottanta centimetri circa. Per la struttura a protezione del vano aperto sulla copertura si potevano usare materiali diversi; nei paesi nordici ad esempio dove il legname abbonda veniva, e viene impiegato per realizzare tutta la casa, e così da noi si preferisce fare altrettanto con il laterizio, la pietra e il legname forte. La costruzione di un abbaino presuppone quindi la stessa cura usata nel realizzare la copertura e, nel procedere alla modifica dell'esistente, i nostri predecessori adottavano tutti gli accorgimenti occorrenti affinché non ne venisse compromessa la stabilità. I supporti a sostegno dovevano ancorarsi alle strutture portanti vale a dire: muri maestri, muri di spina, travi e arcarecci capaci di garantire una sicura affidabilità, non senza però aver provveduto ad una rassicurante verifica di stabilità.

(continua)

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