MurloCultura 2015 - Nr. 2 Speciale Festa in Collina 2015

Suggestivi ruderi nel bosco, misteri latenti e quasi nove secoli di storia

di Luciano Scali

MONTESPECCHIO: TRA STORIA E LEGGENDA

 

Tutto qui? A chi vi giunge per la prima volta non è dato di vedere qualcosa di più e poi dipende da come è stato l’approccio iniziale: se sia avvenuto per caso oppure enfatizzato da chi c’era arrivato prima. Questa condizione è essenziale perché nel primo caso appare come una scoperta inattesa che lascia un segno indelebile, nel secondo invece può risultare sminuita rispetto a quanto ci si aspettava di vedere dopo le descrizioni fattene da chi c’era già stato. Una questione di relatività allora? Direi proprio di si, una prima sensazione condizionata da una sorpresa oppure da una descrizione quasi sempre fuorviante perché filtrata attraverso emozioni altrui. Ma nella valutazione e comprensione di questo luogo eccezionale giocano altri fattori altrettanto importanti: la replica delle frequentazioni, la stagione, l’ora delle visite e la giusta compagnia per condividere le reciproche impressioni. La peculiare attrattiva del luogo risiede nel suo stato di rudere sul quale leggere dettagli inediti, sfuggiti prima e che ogni volta si aggiungono a quelli già acquisiti facendo apparire diversa e più completa l’immagine formatasi in precedenza. Ai dettagli stilistici, architettonici o decorativi si aggiungono quelli lasciati scientemente o meno dall’uomo nella sua frequentazione, capaci di conferire all’insieme un inconfondibile aspetto di vissuto. Nelle tracce lasciate dall’anta della porta all’interno della soglia d’ingresso alla chiesa, si possono immaginare gli stati d’animo del frate nel chiuderla, preoccupato del pauroso inclinarsi del muro verso il cortile spinto dalla volta che si stava raddrizzando. E lo stesso dicasi dei fori sulla parete di levante, compatibili con possibili agganci per appendere immagini sacre delle quali si può solo immaginare l’esistenza; oppure l’usura su alcune pietre ormai scomparse a testimonianza di percorsi preferenziali dei quali, magari, sfugge il senso. L’eremo di Montespecchio è un luogo pieno di ombre e di percezioni che di volta in volta si fanno strada nel profondo della mente e, strano a dirsi, si acuiscono con la sua frequentazione. La vista dei vani “tecnici” per custodire gli accessori necessari ai sacri riti, informano sulla organizzazione della chiesa, sui tre altari di cui era dotata e sui quali si riesce a figurarsi la collocazione originaria delle immagini che ancora si conservano al riparo nei musei senesi. Singolare emozione poi è data dalla pietra ancora incastonata nell’intradosso della volta, unica rimasta di quello che ne costituiva l’intero rivestimento. Una presenza dalle emozioni lontane e che oltre a farne immaginare la maestosità e percepire i riverberi dei canti gregoriani sulla sua superficie durante le messe solenni, innesca l’immagine surreale del loro avvenuto distacco per lo stirarsi della volta, assai simile a quella dei chicchi di melograno che si separano dall’insieme per la pressione dei pollici sul loro supporto.

Oggi la chiesa rimasta col cielo per tetto e i rami degli alberi che la sovrastano a decorare una volta che non c’è più, all’osservatore attento appare ancora piena della sua sacralità quasi che l’atmosfera creatasi nei suoi cinque secoli di vita non si sia dissipata ma si percepisca come un manto invisibile a tutela di quanto rimasto ancora. Mi piacque pensare allorché, in visita a Rocamadour, vidi la Madonna Nera col Bambino contornata dagli ex voto ma spoglia del suo manto, che lo fosse perché aveva inteso coprire quanto rimasto dell’eremo a Lei dedicato in terra toscana, affinché proteggesse le vestigia rimaste fino alla fine dei secoli. Ma forse il mio è stato solo un sogno dal quale, pur perdurando ormai da molto tempo, non riesco o non voglio più staccarmi.

 

 

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