MurloCultura 2015 - Nr. 5

Un fungo “rottamatore” sul leccio dell’Orsa

di Luca Paoli, Claudia Perini e Barbara Anselmi

NOTE DAL TERRITORIO

 

Circa tre anni fa su Murlo Cultura (n. 3/2012) abbiamo dato notizia del crollo del grande leccio accanto al quale siamo passati tante volte durante i "Viaggi intorno casa", presso il podere L'Orsa. Il leccio non resse il peso della neve e i suoi grossi rami crollarono a terra, lasciando il tronco spaccato. Siamo tornati più volte sul posto e abbiamo notato come la morte del leccio abbia lasciato un "buco" nella copertura arborea di quasi 15 metri di diametro, ben visibile anche dalle foto aeree (Fig. 1)! È da qui che cominceranno a svilupparsi, grazie alla luce che ora arriva al suolo in abbondanza, le piccole plantule di leccio, che un giorno forse arriveranno alle dimensioni dell'albero che le ha lasciato spazio, dando seguito al perpetuarsi naturale del bosco e sfatando la comune diceria "se il bosco non si taglia, muore". Quello che sta succedendo sul grande leccio ci fa anche capire perché gli alberi morti non sono "inutili e da eliminare", ma al contrario ambienti vitali per svariati organismi.

 

Fig. 1. La chioma del leccio dell'Orsa nella foto aerea del 2010 (a sinistra) e l'apertura nella volta arborea lasciata dalla sua caduta nella foto aerea del 2013 (a sinistra).

 

Gli alberi senescenti cavi e il legno morto costituiscono infatti elementi fondamentali degli ecosistemi forestali, fornendo substrato, nutrimento e rifugio per innumerevoli specie. I detriti legnosi grossolani, nelle varie fasi di decomposizione, rappresentano importanti habitat per una varietà di organismi, compresi funghi, muschi, licheni, invertebrati, anfibi, uccelli nidificanti in cavità e piccoli mammiferi come pipistrelli e ghiri. Si stima che circa il 30% della biodiversità complessiva di un ecosistema forestale sia dipendente dal legno morto e una buona parte di questa è rappresentata dai funghi. Come noto, i funghi sono organismi eterotrofi, cioè basano il loro nutrimento sull'assorbimento di sostanze organiche complesse presenti nell'ambiente in cui vivono. Da questo punto di vista si comportano da parassiti, saprotrofi o simbionti. I funghi saprotrofi crescono su substrati organici morti, quali appunto gli alberi morti, i tronchi a terra, le ceppaie, ecc., e permettono con la loro azione demolitrice di far ritornare al suolo i nutrienti... Già pochi mesi dopo la morte del leccio dell'Orsa infatti, tutta una serie di funghi sono comparsi su di esso, mostrando come in natura tutto si trasforma e niente si distrugge. Ma, per primo, uno di questi funghi, grande oltre 20 cm e dalla forma molto particolare, ha attratto la nostra attenzione...
Si tratta di Hericium coralloides (Scop.) Pers. (detto anche fungo corallo; Fig. 2), una specie saprotrofa che cresce tipicamente in foreste mature di faggio (nel 90% dei ritrovamenti), frassino, quercia (o altre specie decidue) caratterizzate da un'elevata presenza di materiale morto. Può presentare carpofori (corpi fruttiferi) fino a 40 cm di diametro, che si sviluppano su legno morto, rami grandi e tronchi di alberi morti ancora in piedi. I corpi fruttiferi tendono a svilupparsi con regolarità sullo stesso substrato, tra agosto e dicembre, solitamente per un periodo massimo di 5 anni. La specie non è molto diffusa a causa della riduzione, della frammentazione e della semplificazione degli habitat (le foreste mature di faggio che ne rappresentano l'habitat principale). Le ife del micelio vivono probabilmente allo stato latente nell'alburno (la parte esterna più giovane del legno degli alberi) e sono oggetto di studio le modalità con cui esse vi penetrano, per comprendere la rarità della specie e garantire le condizioni di continuità ecologica per il suo mantenimento. Più conosciuto è un fungo dalla morfologia simile, Hericium erinaceus (Bull.) Pers. (noto anche come barba di vecchio o testa di scimmia). Si tratta di un fungo parassita, formato da strati di lunghi dentini (aculei) bianchi, fitti e penduli. Ha un carpoforo di 10–20 cm, cuoriforme, inizialmente bianco, successivamente giallognolo, di consistenza carnoso-elastica, tenace, con aculei lunghi fino a 3–6 cm. Cresce su tronchi e grossi rami di alberi decidui, vetusti ma vivi, spesso all'interno di vecchie ferite, generalmente in alto (lontano da terra), fruttificando per più anni sullo stesso albero. Lo si rinviene in foreste decidue vetuste, ma anche su vecchi alberi in parchi o lungo le strade. È un fungo considerato come minacciato d'estinzione e inserito in lista rossa in 13 paesi Europei, ma non in Italia. Risulta commestibile ed è utilizzato in medicina contro la dispepsia e l'ulcera gastrica; possiede proprietà antiossidanti, neuroprotettive, antitumorali.

 

Fig. 2. Il grande leccio dell'Orsa spezzato in due dalla nevicata del 2013 con il fungo Hiericium coralloides sul tronco.

 

 

Fig. 3. Altri "rottamatori" del legno morto: da sinistra il fungo Trametes versicolor, appartenente al gruppo dei Polipori o "funghi a mensola", lo Stereum hirsutum, altro saprofita, tipico di tronchi e rami caduti, e infine i minuscoli cappellini di Mycena alba che si sviluppano tipicamente sulle cortecce (per confronto delle dimensioni, vedi la foglia di leccio in basso a destra).


Sul leccio dell'Orsa, accanto al fungo corallo, si stanno sviluppando naturalmente numerose altre specie, forse meno vistose, ma comunque interessanti, alcune delle quali sono riportate in Fig. 3. E il prossimo anno, con il progredire della "rottamazione" del leccio, probabilmente altre specie vi si saranno insediate, pronte per essere fotografate...

E per chi vuole approfondire, qui sotto trova una scheda sul ruolo dei funghi e degli altri organismi nel processo di decomposizione della materia organica.

 

La decomposizione della materia organica nel legno

Funghi e batteri sono i principali responsabili della decomposizione della sostanza organica, vale a dire quell'insieme di molecole complesse formate da atomi di carbonio e idrogeno. Durante la decomposizione i nutrienti della sostanza organica vengono mineralizzati e resi nuovamente biodisponibili (la mineralizzazione è la demolizione delle molecole organiche complesse a opera di microrganismi fino alla completa trasformazione in composti inorganici semplici). Nel caso del legno, la degradazione della materia organica procede con velocità diverse a seconda delle componenti da degradare. Le componenti principali del legno sono la cellulosa (38–50%), le emicellulose (23–32%) e la lignina (15–25%). Cellulosa ed emicellulose sono polisaccaridi insolubili in acqua: in particolare la cellulosa è composta da catene lineari di glucosio, le emicellulose sono catene ramificate di vari tipi di zuccheri; la lignina è invece un polimero costituito da composti fenolici. La velocità di decomposizione della materia organica varia principalmente in funzione della disponibilità di ossigeno, dell'umidità, della temperatura e del pH e dipende dalla disponibilità di microorganismi in un determinato ambiente. Fintanto che il materiale vegetale contiene cellulosa ed emicellulose, la decomposizione procede velocemente: esperimenti condotti per circa tre mesi sulla degradazione microbica della paglia hanno mostrato che proteine e componenti solubili venivano degradate nel giro di pochi giorni, cellulosa ed emicellulose nel giro di tre settimane, mentre la lignina era rimasta sostanzialmente integra. Ed è qui che interviene l'azione di alcuni funghi saprotrofi: i legami chimici della lignina non vengono infatti scissi dai batteri, ma dai funghi, grazie a un enzima chiamato "lignina perossidasi", presente solo nelle cellule dei basidiomiceti.

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