MurloCultura 2016 - Nr. 3

LA LIBERAZIONE. Un fatto ricorrente e ricordi lontani

di Luciano Scali

ANNIVERSARI

Da qualche anno a fine giugno, viene rievocata l'avvenuta liberazione di Murlo con una cerimonia discreta per sottolineare l'importanza di un evento accaduto oltre settant'anni fa.
Come nel passato, ho vissuto l'evento da spettatore alloctono, uno dei pochi rimasti e che a quel tempo, si trovava distante da questa zona "quattro giorni circa". Già, ma che vuol dire questa inedita computazione di distanza rapportata non in chilometri ma piuttosto in funzione temporale? Semplice, vuol dire che quattro giorni fu il lasso di tempo che intercorse tra la liberazione di Murlo e quella di Siena da parte delle truppe del generale Monsabert. In quel breve periodo accaddero fatti eccezionali nel rione dove abitavo con tanti amici, ed anche se non ebbero un peso determinante nelle sorti del conflitto in atto, contribuirono a creare un sostanziale cambiamento nella vita locale e necessitarono di un lungo periodo di tempo prima d'essere compresi. Solo dopo tanti anni riuscii a venirne a capo poiché avevo vissuto quegli eventi con gli occhi del ragazzo che sta assistendo allo svolgimento di una straordinaria avventura, senza comprenderne la drammaticità.
Alla città di Siena venne riconosciuta una sorta d'immunità e le fu concesso, non so a seguito di quali patti con le forze d'occupazione e per l'interessamento dell'Arcivescovo, che non venisse attraversata dalle truppe in transito e le fosse concesso di sbarrare le sue porte affinché nessun mezzo militare potesse entrarvi. Siena non era certo un obiettivo strategico ma solo una città di storia e d'arte la cui integrità andava preservata ad ogni costo. Questo tacito patto venne sostanzialmente rispettato dalle parti in conflitto e non risulta che fosse deliberatamente violato. Di tutte le porte esistenti sulla cerchia delle mura urbane, solo la porta Laterina non venne murata, poiché ritenuta "priva di sfondo" e utile solo per accedere "alle stanze anatomiche" e al camposanto. Ma di questo dettaglio che in qualche modo riguardò il sottoscritto e la sorte di alcuni conoscenti, mi riserverò di parlarne più diffusamente in altra occasione.
Particolari operazioni vennero messe in atto per evidenziare i luoghi da salvaguardare: con vistose croci rosse su campo bianco dipinte sul tetto degli ospedali civile e militare e nel mezzo a Piazza del Campo, e con un rettangolo bianco-nero listato di arancione sui palazzi d'importanza storico-artistica e sulle maggiori basiliche.
I fatti più eclatanti di quei giorni e che chiaramente ricordo, si riferiscono a quelli che toccarono il mio rione e il territorio dell'immediato circondario visto che ormai era impossibile aggirarsi per le campagne per rendersi conto di quanto accadeva. Le avvisaglie per qualcosa che sarebbe successo a breve si riscontrarono a partire da metà giugno quando alcuni uomini piuttosto in là con gli anni, vennero "rastrellati" e condotti al ponte di Derna per scavare, con l'assistenza dei genieri tedeschi, i fornelli alla base dei suoi pilastri ove collocare le mine. Per la verità a colpire il ponte ci avevano già provato in aprile i caccia-bombardieri alleati senza riuscirvi. Risalivano a volo radente la "Val di Pania" attenti a non andare a sbattere contro la Torre del Mangia, ma le bombe destinate alla distruzione del ponte andarono a esplodere senza far danno negli orti che pochi anni dopo avrebbero fatto parte della nuova Società del Nicchio. Nei giorni seguenti, con l'apporto della popolazione locale, avvenne lo svuotamento della chiesa romanica di Santa Chiara, situata all'interno del presidio militare omonimo e usata fino a quel momento come magazzino della caserma stessa. Al suo interno era ammassato di tutto un po': dalla biancheria per i letti, asciugamani, capi di vestiario, divise, scarpe e a tanti altri materiali assieme ad un sacco di belle cose delle quali si era ormai perduto il ricordo. Tutti coloro che presero parte a questa operazione erano convinti che la roba immagazzinata in Santa Chiara potesse essere trattenuta da chi se l'era presa anziché lasciarla portare via dai tedeschi in ritirata. Questa illusione si rivelò come il sistema più efficace per indurre la popolazione a procedere compatta al rapido svuotamento del magazzino della caserma salvo poi costringerla a depositare quanto prelevato nei locali dell'antica chiesa di S. Stefano che in seguito diverrà la sede della famosa Pania. A svuotamento avvenuto la gente venne esortata a disperdersi al più presto assieme a chi abitava nei pressi, mentre la chiesa di Santa Chiara, già minata da tempo, venne fatta saltare in aria non so per quale motivo. Quell'evento posso riassumerlo nello scoppio dirompente avvenuto in quel pomeriggio; nella nube di polvere che stazionò per più di un'ora in tutta la zona e nella vista della griglia a protezione del rosone della chiesa, scaraventata dall'esplosione nei pressi dell'oratorio della contrada a circa duecento metri di distanza (Figura 1).

 

Fig. 1. La chiesa di S. Chiara a Siena, con il rosone dal quale si staccò la griglia di protezione durante l'esplosione.


La notte tra il due e il tre di luglio fu caratterizzata dal continuo cannoneggiamento operato dagli alleati contro le posizioni tedesche attestatesi nei pressi di Vicobello e le colline circostanti. Sentivamo i pezzi sparare dalla zona di Monsindoli e il sibilo dei proiettili che scavalcavano la città per andare a scoppiare lontano. Così per buona parte della notte. Assieme ai coinquilini della nostra casa, c'eravamo portati al sicuro in cantina. Mio padre aveva posto un grosso trave inclinato tra il portone esterno e l'inizio della scala che conduceva ai piani superiori, in modo da costituire un valido ostacolo ad eventuali tentativi di effrazione. Mentre iniziava ad albeggiare il cannoneggiamento s'interruppe e fu allora che mio padre disse: "Ecco, è questione di poco: è finito il periodo di preparazione e gli alleati cominceranno a muoversi." Trascorse un lasso di tempo che sembrò lunghissimo senza particolari rumori poi, d'improvviso due forti esplosioni in successione fecero tremare il terreno al pari una scossa di terremoto.
"Hanno fatto saltare il ponte di Derna!" disse mio padre, "ora se ne vanno davvero!"

 

Fig. 2. Il ponte di Derna distrutto dai tedeschi; a destra si vede Porta Pispini (foto tratta dal volume SIENA 1944- Guerra e Liberazione edito dall'Istituto Storico della Resistenza in occasione della Mostra Fotografica del 16/8/1994 per i tipi della Nuova Immagine). La freccia in alto a sinistra indica il vano apertosi nel ponte dopo la distruzione dei sei fornici minati; la freccia in basso a destra indica il terrapieno della curva, distrutto dalle mine proprio di fronte alla fabbrica di mattonelle della ditta Sali & Giorgi.


Nel frattempo si udivano voci isolate nel rione e poi l'impressione che qualche cosa si muovesse per la strada. Ricordo che salii sopra il trave per andare a sbirciare fuori attraverso la rostra sopra la porta. Fu allora che sentii il rumore di passi cadenzati in avvicinamento provenienti da porta Pispini, sempre più forti e sempre più vicini fintanto che non li vidi.
Erano sei o sette soldati in fila, rivolti alternativamente a destra e a sinistra e da come erano conciati sembravano una squadra di assassini. Nella reticella sull'elmetto erano infilati rametti e foglie, le facce tinte di nero. Vestivano tute mimetiche con a tracolla numerosi nastri di cartucce. Erano armati di fucile mitragliatore mentre alla cintura, oltre al contenitore della maschera, una pistola e la lampada, portavano infilate le famose bombe a mano "quelle da lanciarsi col manico". Mi passarono davanti a pochi metri soltanto per via Pispini, diretti verso il centro città.

Ecco, per me il ricordo della fine dell'occupazione tedesca a Siena è condensato tutto qui: nel rumore dei passi della pattuglia di guastatori che si attutiva allontanandosi, alle prime luci del giorno di quel tre luglio 1944.

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