MurloCultura 2018 - Nr. 1

Il piano caricatore e i relativi annessi

di Luciano Scali

I SEGNI DELL'UOMO

“Errare è umano, insistere è diabolico” : non so chi abbia coniato questo detto, però niente di più vero. Talvolta nel tentativo di ricostruire eventi antichi succede di acquisire false certezze, ingannati da apparenze che avrebbero bisogno di più approfonditi riscontri per ritenerle concrete. Sono stati necessari quasi due anni e mezzo per scoprire che quanto ipotizzato in una parte della nona puntata della rubrica Segni dell’uomo c’era una grossa inesattezza di valutazione. Prima di continuare nella stesura dell’articolo odierno vorrei invece riportare per intero quanto ebbi a dire nel numero di Murlo Cultura 6/2015 nella nona puntata dei Segni dell’Uomo:

Il curioso che di solito “viaggia a piedi”, fa molta attenzione a dove li posa durante il suo spostamento e se la strada è di quelle all’antica ancora bianca e polverosa, può accadere di notarvi insolite “anomalie” che il manto di asfalto invece ricopre. Queste si manifestano dopo aver attraversato il villaggio della Miniera a partire dall’inizio del cosiddetto “piano caricatore”, subito dopo la fornace a produzione continua di calce meglio conosciuta come “la Fortezza”. Si tratta di tracce di muratura a livello strada che in origine costituivano i plinti delle colonne realizzate per sorreggere una tettoia sotto la quale sostavano i treni in attesa di caricare dapprima carbone e, in seguito, laterizi. Una foto scattata attorno agli anni venti del secolo scorso [fig. 1], mostra tali operazioni mentre un treno sosta proprio sotto quel piano di carico. I pilastri a quel momento non erano ancora stati realizzati ma lo saranno in seguito, come il pittore Dario Neri nel suo disegno ci indica [fig. 2]. Nella scena da questi rilevata osservando il villaggio dai pressi della Casaccia, possono notarsi i sostanziali cambiamenti apportati alle strutture produttive dell’originale villaggio, sotto la spinta dei programmi innovativi voluti dalla SAI “Gio. Ansaldo” che a quella data ne curava la gestione. Proprio alla estremità del villaggio, sul lato sinistro del disegno, si nota una imponente costruzione composta da più fabbricati nei pressi dell’esistente fornace per calce che mostra, anch’essa, un aspetto sostanzialmente modificato. La carenza di documenti riferibili al periodo della gestione Ansaldo non permette di stabilire la data esatta delle avvenute modifiche apportate a questa parte del villaggio, ma il breve periodo di gestione le collocherebbe attorno al millenovecentoventi. Se proviamo ad analizzare quanto pervenuto fino ad oggi di quel periodo, vale a dire foto e disegno, possono ricavarsi dettagli che riescono a fornire interessanti informazioni. Nella bella foto vengono evidenziate le operazioni di carico di un treno di carrelli a scartamento ridotto, ovvero di 95 cm circa, mediante un ingegnoso piano inclinato munito di “convogliatori registrabili” per facilitare il trasferimento del carbone. La foto fornisce utili informazioni sui mezzi impiegati e sugli operatori alla manovra dei carrelli. Questi ultimi, infatti, sono del tipo usato in sotterraneo come la loro forma suggerisce, atti cioè a muoversi agevolmente attraverso la sezione ristretta delle gallerie e predisposti per scaricare lateralmente, come del resto si nota in fotografia. Ma la notizia più interessante che l’uso di tale carrello suggerisce, è la provenienza direttamente dalla galleria, che in quel determinato momento forniva lignite “pulita”, senza bisogno d’essere vagliata per toglierne le impurità maggiori. Per il materiale proveniente dal vaglio o dal capannone di cernita a mano venivano infatti usati carrelli prismatici a bocca molto più larga e più adatti al servizio esterno, anche se della stessa capacità. Il personale che si nota alla sommità del piano inclinato indica anche le diverse mansioni: le ragazze che si notano sulla sinistra erano addette alla guida dei muli che trascinavano i carrelli della miniera, mentre gli uomini provvedevano alle opere più pesanti come il rovesciamento dei carrelli e il recupero della lignite che poteva uscire fuori dalla guide del convogliatore. Inutile sottolineare che l’asse mediano di ogni singolo convogliatore doveva coincidere con il centro di ogni carrello da caricare, o meglio con l’incontro dei suoi assi di simmetria; il che significa che la distanza tra gli assi mediani di due convogliatori sul piano inclinato doveva corrispondere alla distanza tra il centro di due carrelli vicini. Nel tratto ancora oggi visibile, il muro in pietra con ricorsi di mattoni a contenimento del terrapieno mostra, nei pressi ove questi curva verso il poggio, una nicchia di emergenza ove potersi rifugiare in caso di bisogno. Questo dettaglio conferma la minima distanza dei vagoni dal muro per evitare che buona parte del carbone potesse cadere a terra durante le operazioni di carico e quanto fosse utile disporre di un ricovero di emergenza per gli operai addetti al suo recupero. Purtroppo, in altro tempo, della nicchia di cui si parla ne venne fatto un uso diverso riferito all’incidente mortale occorso al Gigli di Resi nei pressi del Ponte Nero. Questi, mentre era addetto al ripristino dell’uso di una fossetta laterale nella trincea di diaspri prima del ponte, venne investito da una frana di roccia che lo uccise sul colpo. I compagni di lavoro provvidero a trasportarlo proprio all’interno di detta nicchia, ove rimase piantonato per quasi tutta la giornata in attesa che venissero espletate le formalità del caso da parte delle autorità inquirenti (notizie apprese da Ernesto Barbi).
Senza il disegno di Dario Neri, che mostra chiaramente la complessa architettura della fornace per laterizi, difficilmente si sarebbe arrivati a conoscere l’esatta funzione di quel muro che sovrastando la strada ferrata andava a descrivere la curva verso l’interno seguendo il corso del Serpentaio. In difetto di quel disegno sarebbero restate anonime le tracce a intervalli regolari situate al bordo della via e equidistanti dall’andamento del muro. Cessata la gestione Ansaldo, la fornace tipo Hoffman venne smontata, anche se a tutt’oggi non si ha la certezza che fosse davvero entrata in funzione. Della sua esistenza non dovrebbero sussistere dubbi vista l’accuratezza del disegno eseguito da Dario Neri nel definire i dettagli delle strutture e, soprattutto, la concreta traccia del basamento dei pilastri a sostegno della copertura predisposta a protezione delle operazioni di carico del treno. A questo punto però una precisazione è d’obbligo: con le fornaci Hoffman in funzione il treno non avrebbe più caricato lignite sotto il piano caricatore, ma solo laterizi. Oggi, scomparse le fornaci Hoffman, è restato solo il terrapieno invaso dalla vegetazione che nasconde, agli occhi del solito curioso, l’esistenza dei resti di due fornacine per calce aerea che si possono ravvisare sul piazzale sottostante le cave del Farneto, conosciute come le “fornaci del Bandini”. Sempre in difetto di documentazioni andate probabilmente disperse al momento della cessazione delle attività mineraria, molte sono le ipotesi sulla loro presenza a partire da quella che le vorrebbe costruite per produrre in loco la calce balzana occorrente ai lavori di ammodernamento della “Fortezza”, per costruire il piano caricatore e per edificare le scomparse fornaci per laterizi. Tali lavori avrebbero richiesta una quantità non indifferente di calce aerea nel momento in cui la Fortezza stessa sarebbe stata inattiva a causa delle trasformazioni che l’avrebbero interessata. Un altro dettaglio rilevabile dal disegno del Neri conferma invece come l’attività della “Fortezza” fosse ripresa dopo il suo ammodernamento; la copiosa emissione di fumi dalle nuove ciminiere lo testimonierebbe, mentre non se ne vede uscire dalle fornaci per laterizi. Ciò indurrebbe a pensare che tale produzione non fosse mai iniziata, a causa del rapido susseguirsi degli eventi che costrinsero l’Ansaldo stessa ad abbandonare la sua avventura mineraria in terra di Murlo. Ma le due fornacine di cui esistono ancora i resti, potrebbero essere state anche realizzate e messe in funzione in epoca successiva, vista la vicinanza della cava del Farneto e il facile reperimento di fascine dai boschi e dalle macchie circostanti. A conforto degli appassionati di storia locale si potrebbe aggiungere che il luogo preso in esame riserverebbe ancora la presenza di altri segni dell’uomo, in vari punti e per differenti scopi; un motivo di più per creare l’occasione di tornare ad osservarli più da vicino prima che possano scomparire del tutto.

 


Piano caricatore a Miniere di Murlo

Fig. 1. Il piano caricatore alle Miniere di Murlo in piena attività negli anni 1918-1920; a destra si intravedono i camini della fornace detta "La Fortezza", non ancora modificati dalla SAI-ANSALDO (foto gentilmente concesse da Rosalba Orlandi Ghilardi, da MurloCultura 6/2015). 

 

 

Il deposito del carbone - disegno di Dario Neri

Fig. 2. Particolare del disegno di Dario Neri, datato 1920, che ritrae il villaggio minerario. Con il cerchio rosso è evidenziato, in fondo al villaggio, il capannone a pilastri (MurloCultura 6/2015, disegno tratto dal Catalogo della mostra, Nuova Immagine, 1996).

 

Questa lunga premessa potrebbe far pensare ad un tentativo di giustificazione per quanto scritto in passato, ma non è così, si tratta invece di una doverosa rettifica di quanto, con le conoscenze del momento e con le migliori intenzioni era stato affermato. Leggerezza allora? Chiamiamola pure così se si preferisce, ma talvolta nel seguire una traccia, seppur labile che sia, per ricostruire episodi lontani scomparsi nel nulla assieme ai protagonisti, è normale incappare in un errore, più difficile, semmai è ammetterlo. Comunque si deve al caso se un giorno è stato possibile acquisire notizie su un periodo importante ormai dimenticato della storia mineraria, e soprattutto di poter visionare le immagini risalenti al periodo di gestione della miniera da parte della SAI Ansaldo dopo il fallimento della Società Generale per l'Industria delle Ligniti Italiane avvenuto nel 1893. Ed ancora al caso si deve la conoscenza di un disegno eseguito da Dario Neri nel 1920 che mostra il Villaggio minerario con sostanziali modifiche alle vecchie strutture ed anche rispetto al servizio fotografico appena menzionato. Ricordo questi due avvenimenti come delle autentiche scoperte e nel notare sul disegno del Neri il capannone a fine villaggio mi posi la domanda a quale uso potesse essere stato destinato. Dal disegno Neri risultava l’avvenuta trasformazione della zona dove in origine era stata edificata la primitiva fornace per laterizio e pertanto prese corpo l’ipotesi che tale attività fosse stata trasferita in “coda al villaggio”, in un capannone così simile ad una fornace Hoffman. Questa supposizione appariva abbastanza logica e quindi, in assenza di notizie specifiche in merito, altamente probabile. Durante i vari sopralluoghi effettuati sul posto, non facevano difetto copiosi resti di laterizio e tracce di terra combusta che potevano indicare la presenza di un’antica fornace in quel luogo. I dubbi però si facevano strada nella mente, poiché nel disegno del Neri, così accurato e ricco di dettagli, non compariva la ciminiera a testimonianza di una fornace attiva. Al momento la mancanza di tale importante dettaglio venne attribuita al fatto che l’impianto fosse in via di ultimazione, non valutando che la costruzione di un camino di oltre venti metri di altezza doveva essere la prima struttura da realizzarsi non quando la copertura dell’intero immobile era già ultimata. Da qui i dubbi che col tempo acquisirono il connotato di certezza allorché fu posto a confronto il disegno del Neri con una foto dell’Ansaldo scattata al Terminal della Volta al Salcio (fig. 3).

 Deposito del carbone alla Volta al Salcio

Fig. 3. Il deposito del carbone con il piano caricatore della Volta al Salcio, in un dettaglio ripreso da una foto del 1919 scattata durante la gestione Ansaldo.

 

La vista del deposito in costruzione al termine della ferrovia carbonifera, prima che questa s’immettesse nella Centrale Toscana fugò ogni dubbio riportando le cose nella loro giusta dimensione. In pratica, mentre alla Volta al Salcio fervevano i lavori documentati dal servizio fotografico dell’Ansaldo, al Villaggio della Miniera non avevano ancora avuto inizio quelli di aggiornamento come il solito servizio invece dimostra. La realizzazione dei capannoni era già ultimata l’anno seguente assieme alla trasformazione della Fortezza dotata di copertura così come il disegno del Neri certifica. Un’autentica avventura la cui corretta conoscenza ha forse richiesto più tempo del dovuto per essere compresa inducendo, magari a formulare ipotesi inesatte basate sulla sola scorta di sporadici punti di riferimento. La mancanza di memorie scritte sulle ragioni dell’abbandono della zona da parte della SAI Ansaldo dopo gl’investimenti fatti e la successiva messa in liquidazione della Società dopo l’ultimazione della ferrovia Siena - Buonconvento - Monte Antico, ha reso difficile una ricostruzione che all’apparenza pareva scontata. Importante è essersene resi conto adoperandosi poi a rimettere le cose al loro giusto posto. Quindi, per concludere: l’immobile in miniatura apparso nel disegno di Dario Neri non apparteneva ad una costruenda fornace Hoffman per produrre grandi quantità di laterizi, bensì ad un capace deposito di carbone come il suo omologo alla Volta al Salcio dettagliatamente mostra.

 

 

 

 

 

Bibliografia

La tettoia del piano caricatore, di Luciano Scali, in Murlo Cultura 6/2015.

 

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