MurloCultura 2018 - Nr. 3-4

Una sera a zonzo sui poggi

di Luciano Scali

RACCONTI

Non so se sarà capitato anche a chi legge queste note di iniziare una serata senza scopi precisi per finirla poi in modo inaspettato, come invece accade avendo ben chiaro dove voler andare. E' accaduto giorni fa lungo quello straordinario sentiero che ricalca l'antico percorso della carbonifera di Murlo, una delle prime strade ferrate private italiane. Seguendo pensieri diversi, senza apparente nesso tra loro, ho iniziato ad allontanarmi dalla vettura parcheggiata proprio all'inizio del sentiero didattico attraversando ben presto il ponte Nero e il rilevato dell'Ajola. Avevo appena oltrepassato i gabbri verdi di Quato quando all'inizio della frana dei diaspri che ostruiscono il sentiero, ho scorto sulla sinistra il varco nella macchia proprio sul lato sud del fosso, quello che è chiamato il Fondo Bello. Un toponimo invitante che spinge ad accertarsi se meriti davvero tale nome, e se questo non si può chiamare uno stimolo a volersene rendere conto, non saprei proprio come definirlo. Mi sono subito inoltrato sul sentiero, abbastanza ben segnato al punto da interrogarmi su chi avesse avuto interesse a renderlo tale. Il tracciato s'inerpica sui gabbri accanto ad una fessura nella quale scorre l'acqua fra il brillare delle lamelle verdi di diallagio per formare, assieme al plagioclasio e i pirosseni, una spessa coltre di terra refrattaria. Ogni breve pioggia la trascina a valle portandola a mischiarsi con la sabbia di altre rocce antiche fino a formare i restoni lungo il corso del Crevole. Il sole che iniziava a calare faceva luccicare quelle sabbie sulle quali spiccavano le tracce recenti lasciate dal passaggio del capriolo. Senza essermi reso conto mi stavo trovando all'interno di una specie di crepaccio dalle ripide pareti dove il sentiero marcava il passaggio, e più in basso scorreva un rigagnolo d'acqua. Più volte il buon senso, o forse il timore dell'ignoto mi aveva suggerito di tornare indietro ma la sola vista della discesa alle mie spalle m'incuteva più timore di quanto avrei trovato più avanti. Debbo dire d'essermi più volte domandato dove potesse mai portare quella specie di crepaccio aperto nel gabbro, forse ad una parete verticale impossibile da superare e costringendomi a tornare indietro? Una cosa però mi rassicurava ed era proprio il sentiero a farlo poiché se qualcuno, uomo o animale che fosse lo aveva fatto, doveva pur condurre da qualche parte. Le orme del capriolo rivolte in avanti lo dimostravano cosicché ritenni giusto continuare. Poi l'imprevisto: il sentiero che saltava il fosso proseguendo dalla parte opposta inerpicandosi sulla parete sinistra di quel canyon in miniatura. Mi è sembrato di ritornare ragazzo, nei panni di un novello Indiana Jones alla scoperta di luoghi sconosciuti intorno casa e con uno stimolo in più per andare avanti. Il sentiero al bordo della parete del fosso non è più largo di trenta centimetri in questo breve tratto per poi perdersi nel bosco tra la macchia di arbusti di ginepro, ginestre ed erica pronta per fiorire ai bordi di un'antica e rassicurante carbonaia. L'esperienza di questi boschi insegna che ad una radura del genere fa capo una ragnatela di sentieri per potervi accedere ed ognuno di essi porta necessariamente da qualche parte e quindi occorre aver pazienza per cercare quello giusto e venire fuori da una stipa ormai non più tagliata da un pezzo. Nel frattempo la natura del suolo era mutata con prevalenza di diaspri dai più disparati colori che andavano dalle gradazioni del verde per virare nel rosso fegato e finire nel bruno metallico ricco di patine di manganese; poi, d'improvviso il ciglio della strada oltre Quato, nel piano dell'Arcangelo diretta verso il poggio longobardo di Monte Pertuso. Un senso di liberazione quasi e la fine di quella sensazione di dubbio sempre presente ogni qualvolta si percorre un nuovo sentiero. Poi l'interesse che muta attratto dal luogo solitario caratterizzato da piante di fichi d'india non ancora fioriti che preannunciano la presenza delle costruzioni di Quato con i resti di quella più antica dove spiccano i cartelli fatti dalla nostra Associazione tanto tempo fa per ricordare il posto di guardia all'accesso del villaggio edificato sullo spuntone di roccia tra la distrutta fortezza e la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Nulla resta ormai del villaggio spopolato dalla peste, dalle scorrerie dei capitani di ventura e dall'assedio alla fortezza da parte delle truppe senesi per scacciarne i fuoriusciti che con le loro scorrerie avevano resa insicura buona parte del contado a confine con l'Ombrone. E poi di nuovo Quato, il toponimo derivato da "guaita", dalla voce longobarda "wacht" per indicare un luogo dove si faceva la guardia. Questa parola divenne di uso comune nel senese tant'è vero che a Siena esisteva una porta sulle mura; fu detta di Campansi o di Monte Guaitano: laddove si fa la guardia, proprio in direzione del Chianti da dove era più facile che si manifestasse il pericolo di una invasione da parte dei fiorentini.

 

Quato
I resti più antichi di Quato.


Quato: la storia che riaffiora osservando i resti antichi ancora visibili accanto alla costruzione ottocentesca che nell'immaginario di chi ne conosce la vicenda sembra ancora a guardia di quel crocevia di strade dirette verso luoghi intensamente popolati ma che gran parte degli abitanti delle frazioni vicine ormai non conosce più. Tornando indietro per la strada dei poggi laddove la vista spazia verso la valle dell'Ombrone, Montalcino e l'Amiata si arriva al luogo dove Alfiero Quercioli era uso portare "i suoi sciami al pascolo" avvisandone la presenza, con un cartello che ancora esiste. Luogo di fantasmi allora? Non certo per me, anzi presenza rassicurante ed utile indicatore di strade che si perdono nella macchia, frequentate solo da qualche sporadico cacciatore o dal sottoscritto quando, di tanto in tanto lo assale la voglia di fare un tuffo nel passato ripercorrendo un sentiero ormai abbandonato da oltre un secolo, da quando il tracciato originale venne soppiantato dall'attuale per sfruttare le cave di balzano costruendovi fornaci. Una strada nascosta nel bosco che sembra custodire gli antichi segreti e di cui la macchia ne nasconde l'accesso nei pressi di Montorgialino e delle sorgenti del fosso di Santa Margherita. Proprio li, dove esistono ancora i resti della chiesa dedicata a quella santa e edificata a sua volta su quelli di un tempio romano eretto in onore di Bacco. Luoghi quindi d'intensa spiritualità che riescono ancora a mantenere intatta l'atmosfera di un tempo altrove perduta e che forse, non pochi desidererebbero riscoprire.
Anche se la stanchezza cominciava a farsi sentire, non certo per la lunghezza o l'asperità del terreno ma piuttosto per l'età, non me la sono sentita di rinunciare a fare il percorso che ormai è entrato nel novero di quelli da fare almeno due volte al mese e che ogni volta suggerisce qualche spunto per nuovi racconti non del tutto immaginati ma direi quasi sussurrati dal luogo stesso alla vista delle singolarità e dei segni che hanno modellata l'immagine di questo posto d'eccellenza. Mi riferisco al sentiero attorno al roccolo sulla cima, ai segni del flusso e riflusso della risacca sul culmine del poggio, all'inspiegabile fontone a mezza piaggia ed agli alberi abbracciati come due amanti indivisibili che resteranno tali fino al momento della loro dissoluzione. E poi i Sassi Bianchi a ricoprire i diaspri e le propaggini del poggio della Fornace con quegli impianti artigianali e pseudo industriali del Massarri, ma anche di Alighiero e Cesare Tortoli, indimenticabili personaggi scomparsi troppo presto malgrado le tante cose ancora da dire. Quindi il sentiero dei Termini ovvero il tracciato a cui facevano capo gl'indicatori delle proprietà limitrofe accanto al fosso della Spia, che a pensarci bene potrebbe essere stato scelto per rafforzare il riferimento ai termini posti lungo il sentiero vicino, un tracciato destinato a durare nel tempo, non come quello di un fosso soggetto a mutamenti ogni volta che un acquazzone provocava. Sarà forse stato questo il significato? Chi lo sa, però non mi dispiacerebbe scoprire l'esistenza di un nesso tra i due toponimi dall'apparenza così diversa.

 

Fornaci del Massarri

La fornace del Massari con il cartello del restauro curato da Sandro Nocciolini e
da Alghiero e Cesare Tortoli.

 

Adesso l'attraversamento del Crevole può avvenire solo in una zona "d'acqua corsoia", dov'è piuttosto bassa e si può guadare senza bagnarsi troppo i calzini. L'attraversamento del campo macchioso sotto strada, naturale golena del Crevole quando questi ingrossandosi straripa lasciandovi quanto trovato sul suo corso, preannuncia la fine di questo giro di una parte di territorio di straordinario interesse e che la vista rassicurante della vettura ormai vicina sancisce. La stanchezza comincia a farsi sentire davvero mentre apro lo sportello riflettendo alle due ore di percorso, un lasso di tempo d'intense emozioni solitarie condivise solo con questo foglio, di un'avventura a due passi da casa, vissuta in un'altra dimensione: quella che ognuno porta all'interno della propria mente.

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