MURLOCULTURA n. 3/2009

Come ci si divertiva noi vecchi quando “s’era piccini”

I giochi dei nostri tempi

di Luciano Scali

Associazione Culturale di Murlo
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Ai nostri tempi non era facile possedere regali, né tanto meno che i nostri genitori ce li facessero; i pochi soldi che giravano in famiglia erano destinati a risolvere situazioni più importanti che riguardavano la sopravvivenza e un decoroso modo di vivere. Il giocare costituiva un privilegio, di solito destinato ai più piccini fino all’inizio dell’età scolare poiché per gli altri si apriva la strada della scuola o quella della bottega per imparare un mestiere. Ad ogni modo i ragazzi il tempo per svagarsi un po’ riuscivano a trovarselo e se volevano divertirsi davvero, gli strumenti per giocare se li dovevano costruire da soli con materiali che potevano reperirsi in casa o, meglio ancora, per strada e tra le cose che non servivano più.  Si trattava di una ricerca non facile poiché ai miei tempi non si buttava via niente. Tutto veniva riciclato e riusato persino i barattoli vuoti della conserva di pomodoro da capovolgersi sui fiaschi di vino in cantina per impedire ai topi di andare a rosicchiare i tappi e riuscire così ad arrivare all’olio che usava mettersi allo scopo di evitare che il vino “prendesse il foco”. Quindi anche il barattolo di latta costituiva materiale pregiato per coloro che avessero un po’ d’inventiva e fantasia per farne uso. E così pure i tappi di sughero, il filo di ferro, lo spago, i chiodi, i mozziconi di candela, i rocchetti del filo per cucire, i pezzetti di tubo di ferro o di gomma e, naturalmente: i fiammiferi. Quante cose era possibile fare con simili ingredienti! A ripensarci mi par di sognare se rapporto quel periodo semplice alle diavolerie sofisticate di oggi. Occorreva aguzzare l’ingegno e far galoppare la fantasia in modo da arrivare a costruirsi un qualcosa con cui potersi divertire.
Intanto non dimentichiamo la cosa più importante del ragazzo di allora: la tasca! Era sempre molto capiente ed in essa si trovava di tutto: raramente il fazzoletto perché per soffiarsi il naso bastavano le dita e quando pioveva non era raro che servisse da esile copricapo: bastava praticare quattro nodi “ai pinzi” e la pezzuola acquisiva quel minimo di consistenza per restarsene fissa in testa (fig.
1).

Fazzoletto per la pioggia - disegno di Luciano ScaliFig. 1 - Fazzoletto per la pioggia

La tasca del ragazzo era sempre colma di meraviglie tra le quali non mancava il coltello e lo spago. C’erano le figurine, i tappini delle gazzose, sempre i barberi, strisce di gomma ritagliate dalle camere d’aria delle biciclette o delle moto, un ritaglio di pelle, qualche “regolizio” e rinvoltati in una cartina: tre o quattro chiodi. Di soldi manco a parlarne, semmai un paio di diecini e, raramente un ventino o mezza lira. I calzoni regolarmente corti, si reggevano con bretelle costituite da due strisce della stessa stoffa cucite sul retro che, dopoessere passate sopra le spalle, venivano a fissarsi sul davanti per mezzo di bottoni (fig. 2).

Calzoni con dande  - disegno di Luciano ScaliFig. 2- Calzoni con le dande

Le bretelle vere, quelle che si compravano a bottega erano appannaggio degli adulti o dei figli dei signori. Le prime le ricordo ancora con angoscia vista la consuetudine di passare gli abiti smessi dei più grandi ai più piccini senza curarsi troppo che le misure combinassero. All’inizio “le dande”, così come le chiamavamo, erano troppo lunghe ed i calzoni stavano sempre “a bracarella” e quando il ragazzo c’era cresciuto dentro, non arrivavano più. Allora non esistevano abiti firmati per “vestirsi”, bastava essere “coperti”. Se qualcuno poi poteva permettersi qualche abito su misura veniva immantinente battezzato come “gagà”. Ma non vorrei allontanarmi troppo dall’argomento da trattare salvo concludere che anche nel frangente delle dande lunghe, il ragazzo risolveva a modo suo il problema tentando dapprima di incrociarsele dietro le spalle riducendone la lunghezza e se questo non bastava praticandovi dei nodi. L’inconveniente maggiore avveniva allorché giocando e trattenendosi per le dande, i bottoni si staccavano. Se si trattava di uno solo si annodava la danda orba all’altra, se invece i bottoni saltavano tutti e due, si annodavano tra loro le dande attorno alla vita quasi si trattasse di una cintura. I bottoni venivano recuperati con scrupolo e se uno si perdeva non era raro osservare, a ripristino avvenuto da parte della mamma, l’impiego di bottoni di fattura diversa che penalizzando l’estetica raggiungevano però lo scopo di reggere i calzoni. Debbo dire che mia madre, donna alla quale l’esperienza non faceva difetto, anche a causa della numerosa prole, aveva risolto il problema delle dande troppo lunghe praticando alle loro estremità due occhielli supplementari sovrapposti in modo da aggiustare la lunghezza a seconda delle esigenze o meglio: della crescita (fig. 3).

Occhielli sulla danda - disegno di Luciano ScaliFig. 3 - Occhielli sulla danda


Ma veniamo ai giocattoli. Il più semplice era lo
zufolo o cerbottana ricavato da un pezzo di canna stagionata. Si andavano a cercare quelle canne che avessero i segmenti di crescita più lunghi per avere la possibilità di “sparare” frecce di carta adeguate.
Le frecce lunghe avevano più stabilità e maggiore traiettoria mentre le più corte erano inaffidabili. Le frecce si ottenevano arrotolando strisce di carta (di solito ricavata da fogli di quaderno) in forma conica, incollate con la saliva “in punta” che dopo essere state introdotte nello zufolo e aggiustate in lunghezza, venivano sparate via con un forte soffio (fig.
4a). Il ragazzo armato di cerbottana portava, appunto, un mazzetto di strisce di carta nelle dimensioni previste attaccato alla cintura costituita da uno spago legato attorno alla vita (fig. 4).

Lo zufolo - disegno di Luciano Scali


Fig. 4 - Lo zufolo

La freccia dello zufolo - disegno di Luciano Scali
Fig. 4a - Freccia per zufolo

Esisteva però un altro tipo di cerbottana molto ambito da noi ragazzi e costituito da uno spezzone di tubo metallico della sezione da 8 a 10 millimetri. Con tale arnese si poteva sparare la veccia e il riso non solo a colpo singolo ma addirittura a raffica. Dopo essersi riempita una tasca di veccia, magari andata a trafugare dai sacchi aperti in bella mostra nei negozi di civaie, se ne metteva in bocca una certa quantità che poi veniva sparata con la cerbottana. Le piccole sfere, arrivando con forza in faccia o sul collo, non facevano certo piacere e le ragazze del tempo, bersaglio privilegiato, ne avranno certo il ricordo. Ogni ragazzo, fin da piccolo, ambiva a possedere quello che era considerato il simbolo dell’avvenuta crescita: la fionda. A Siena lo chiamavamo schizzetto, altrove strombola o mazzistrombola. Era formato da una forcella di legno di orniello o di altra essenza ai cui lati venivano fissate due strisce di gomma che alle opposte estremità portavano un pezzo di pelle (fig. 5)

Lo schizzetto o mazzistrombola - disegno di Luciano Scali

Fig. 5 - Lo schizzetto o mazzistrombola

La costruzione all’apparenza facile presupponeva invece molta attenzione per equilibrare i diversi componenti al fine di farne un oggetto dai requisiti di precisione e potenza. Con questi si poteva colpire a distanza di 10/15 metri un bersaglio sia fisso che mobile: come i vetri di una finestra, un lampione, un uccello o una lucertola. Poteva rivelarsi efficace contro un cane malintenzionato oppure un gatto che se ne stava per i fatti suoi. Serviva anche nelle scaramucce fra gruppi di ragazzi di diversi rioni; una vera e propria arma di difesa in miniatura. Come proiettili venivano usati piccoli sassi rotondi provenienti da razzie nei giardini dove la ghiaia di fiume non mancava per marcare i viali. A Siena i giardini della Lizza e i bastioni di Fortezza rappresentavano i luoghi di rifornimento più a portata di mano. Mi sembra però doveroso spendere due parole sulla tecnica usata per costruire la fionda. Anzitutto occorreva trovare il supporto adatto costituito da un robusto ramo che si biforcava assumendo la forma di un Y. I più esperti sapevano che l’impugnatura, ossia la parte dritta doveva essere almeno il doppio della lunghezza del braccio della forca, ma poiché l’arnese doveva essere personalizzato (cioè adatto a chi lo usava), l’impugnatura doveva misurare due volte il palmo della mano. Il diametro non doveva superare i due centimetri ma ad ogni modo non essere né troppo fino, né troppo grosso, bisognava, come si soleva dire: sentirselo bene in mano. Le forche migliori erano quelle che all’incrocio si allargavano un po’ per poi raddrizzarsi in modo da consentire al sasso di passarvi meglio attraverso (fig. 6).

Forcella a U - disegno di Luciano ScaliForcella a V - disegno di Luciano Scali

Fig. 6 - Costruzione dello schizzetto o mazzistrombola

A circa un centimetro al di sotto le estremità della forca, si praticava giro giro col coltello una incisione a forma di V nella quale fissare lo spago attaccato alla striscia di gomma che doveva servire da propulsore. La striscia di gomma ideale era quella ricavata dalle camere d’aria delle ruote della motocicletta, dello spessore di circa 1,5 millimetri e della larghezza massima di 2 centimetri. La loro lunghezza era importante ma non doveva essere eccessiva poiché, pur essendo la potenza direttamente proporzionale alla lunghezza, con l’aumento della stessa si perdeva in precisione. La scelta quindi doveva affidarsi all’esperienza di chi usava l’attrezzo e, soprattutto: da come lo usava. All’altro estremo della striscia di gomma veniva fissato un disco di pelle morbida da tomaia di scarpe entro la quale avrebbe alloggiato il sasso da scagliare trattenuto dal pollice e dall’indice della mano destra del lanciatore. L’esperto, al momento del tiro, dopo aver presa la mira e mentre si accingeva a liberare il sasso facendo scattare le strisce di gomma, faceva fare al braccio sinistro che reggeva la fionda un arco dall’alto verso il basso, quasi ad imprimere un ulteriore slancio al proiettile, come in effetti accadeva, ma anche per togliere dalle traiettoria del sasso la forcella e, soprattutto la mano (fig. 7).

Uso dello schizzetto - disegno di Luciano Scali Fig. 7 - Uso dello schizzetto

Chi è vecchio come me ricorderà senz’altro varianti e semplificazioni della fionda o meglio, le versioni più semplici per arrivare a realizzare quella sopra descritta. Il primo passo che costituì la l’idea della fionda, era rappresentato dal pollice e dall’indice della mano sinistra in cima ai quali si fissava un semplice elastico che serviva a scagliare pezzetti di carta piegati più volte (fig. 8).

Schizzetto a elastico Fig. 8 - Schizzetto a elastico

Si dimostrava abbastanza efficace per la caccia alle mosche e ai ragni. Un salto di qualità si otteneva allorché era possibile mettere le mani sopra un po’ di filo di ferro crudo di circa due millimetri di diametro che serviva in maniera egregia da supporto per le strisce propulsive di gomma. Occorreva lavorarci un po’ su con le pinze per ottenere la sagoma giusta ma alla fine del lavoro il risultato compensava l’attesa e l’energia mentale impiegata per realizzarlo (fig.9).

Schizzetto con fil di ferro - disegno di Luciano Scali Fig. 9 - Schizzetto con fil di ferro

I  meno fantasiosi si limitavano a utilizzare un pezzetto di ramo dritto, senza ricorrere alla forcella oppure al cannello della penna per scrivere  servendosi di un’unica striscia di gomma alla quale fissare il supporto per il proiettile da lanciare. Era questi un attrezzo molto pericoloso da usarsi con perizia per non incorrere a spararsi il sasso sulla mano o sul legno rischiando di vederselo tornare in faccia. Però la voglia di possedere una fionda era troppo grande per arrestarsi di fronte a ipotesi del genere e se l’incidente avveniva poteva rivelarsi addirittura utile poiché stimolava a passare a strumenti più sofisticati e sicuri (fig. 10).

Schizzetto sulla cannuccia della penna - disegno di Luciano Scali Fig. 10 - Schizzetto sulla cannuccia della penna

(continua nei prossimi numeri)

 


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