Bruno Bellini e la Liberazione a Murlo
STORIE DI MURLO
Nel giugno del 1944 a Murlo ed in tutta la provincia di Siena si respirava un'aria di libertà e di speranza per la imminente liberazione dalla violenza della guerra. Il "fronte" stava passando e le truppe alleate si avvicinavano sempre più. Momenti terribili costellati di brutali esecuzioni di partigiani o semplici cittadini considerati, a torto o a ragione, partigiani o semplicemente fiancheggiatori. Poi il 30 giugno arriva la liberazione anche di Murlo con l'arrivo delle truppe alleate (franco-marocchine) transitate da Murlo, forse, per la momentanea interruzione della Cassia in località Ponte d'Arbia a seguito del bombardamento del ponte. Purtroppo nelle truppe alleate si contavano anche reparti di soldati marocchini che non erano famosi per la loro disciplina nei confronti delle popolazioni liberate, tutt'altro.
La Famiglia di Salvadore Bellini ed Artemisia Luchini viveva a Lupompesi, un antico borgo a circa un chilometro dall'abitato di Vescovado di Murlo ed aveva tre figli militari – Marcello (1917), Lodovico (1920) e Ciro (1924); il maggiore dei fratelli, Armando (1909), era già sposato, ma abitava ancora in casa, mentre la figlia Adelma (1911), sposata anch'essa, non viveva più in famiglia. Bruno nato nel 1913, era ancora in famiglia; una famiglia come tante in paese, con la preoccupazione per Lodovico che, caduto prigioniero a Trapani il 23 luglio del 1943, non dava più notizie di se da mesi, tanto da spingerli, per disperazione, a scrivere alla Santa Sede ed alla Croce Rossa Internazionale di Ginevra ricevendo, per fortuna, notizie rassicuranti sulla sua posizione di prigioniero ad Orano in Algeria; mentre Ciro, dopo l'8 settembre, fuggito dalla sua caserma come numerosissimi soldati italiani, era riuscito a raggiungere la propria abitazione e stava nascosto in soffitta per evitare la deportazione dai tedeschi come evasore. Bruno non era un partigiano, ma semplicemente non era stato arruolato perché figlio maggiore con genitori anziani. Gli altri fratelli ancora in famiglia, come detto, erano tutti al fronte o comunque militari.
La vita scorreva relativamente tranquilla nel piccolo borgo, Bruno lavorava come autista nelle Miniere di Lignite nei paraggi di Murlo e Ciro, dal suo nascondiglio in soffitta, riparava le scarpe di tutta la famiglia e conoscenti. Purtroppo quel 30 giugno 1944 alcuni gruppi dei famigerati militari marocchini, considerati dagli stessi comandanti alleati "carne da macello", girovagavano piuttosto alticci per le campagne ed i borghi in cerca di donne con intenzioni facilmente immaginabili. Bruno era fidanzato con Flora Angelini, rimastagli per sempre fedele anche dopo la sua morte; quel giorno Flora con altre amiche e conoscenti inclusa la nipote di Bruno, Norma, erano nascoste nella soffitta della casa della famiglia Bellini in vicolo della Piaggia n. 9 di Lupompesi per sfuggire alle violenze ed agli stupri dei militari. Sembra, ma non ci sono memorie certe e chi è stato testimone ha sempre preferito tacere per non ricordare questo periodo infame, che uno o più soldati marocchini arrivati nella piazzetta del borgo, sparassero numerose raffiche di mitra in aria gridando la loro "richiesta di donne" con minacce per tutti; Bruno per evitare perquisizioni che avrebbero causato gravi rischi per la famiglia, per le donne e le bimbe nascoste nella soffitta, scese in strada con l'intento di calmare i bollenti spiriti dei soldati (che forse aveva già incontrato in precedenza), ricevendo, per tutta risposta, una raffica di mitra che lo freddò all'istante insieme al compaesano Agostino Lorenzetti la cui moglie, Vittoria, rimase gravemente ferita dalla raffica assassina. Pare che sentite le raffiche di mitra, dal quartier generale delle forze alleate, allocate presso la Villa di Belcano, partirono alcune camionette della M.P. che, capito facilmente cosa era successo, senza tanti scrupoli ed a monito per gli altri facinorosi commilitoni, legarono per un piede il colpevole trascinandolo fino alla base operativa dove doveva essere fucilato, ma, probabilmente, vi arrivò in condizioni non buone. (Recentemente, Paolo Muzzi, mi racconta che il quartier generale delle forze alleate era stato allocato presso la sua abitazione in via del Leccino – ovviamente requisita dalle forze armate – e che il militare reo dell'omicidio, fu fucilato nei dintorni del podere Colombaio, allora isolato dal resto dell'abitato di Vescovado; poco importa, sono dettagli che non aggiungono molto al grave fatto). La tranquillità, se così si può dire, tornò nel borgo ed alcuni militi francesi (forse ufficiali) si soffermarono in casa Bellini a cercare di consolare la madre Artemisia; nobile gesto di quei soldati, ma sicuramente infruttuoso. Bruno, per il coraggio dimostrato nel difendere la sua famiglia ed altre persone dalle barbarie della guerra, è sicuramente un eroe, un eroe dimenticato, senza cippi o targhe alla memoria, come tanti altri uomini che nel silenzio e nella riservatezza hanno contribuito a far uscire l'Italia dal peggior periodo che la storia moderna ricordi. La famiglia Bellini è sempre stata molto riservata e non ha mai voluto parlare di questa disgrazia. Noi, nipoti di Bruno, nati negli anni 50, conosciamo la cronaca di questo brutto giorno solo da scarni racconti di alcuni presenti in zona fra i quali Mauro Martini, all'ora ragazzino di appena 10 anni e futuro familiare avendo poi sposato Norma (figlia di Armando e testimone nascosta della carneficina), e soprattutto dal nostro padre Lodovico, anche lui molto restio a ricordare questo triste episodio. Episodio, peraltro, che lui non ha vissuto in prima persona in quanto in quel periodo era prigioniero ad Orano ed in fase di imbarcarsi per gli Stati Uniti, poi dirottato a Liverpool dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Toccanti sono le parole che Lodovico – per tutti Zivio, rientrato il 25 settembre 1945 dalla lunga prigionia e dopo innumerevoli peripezie in giro per l'Europa, scrive in una lettera datata 17 novembre 1945 (della quale conserviamo la minuta) indirizzata ad un suo amico e commilitone Corsi, nella quale racconta del suo rientro a casa dopo anni di guerra e prigionia, quando, solo allora, apprende la notizia della morte di Bruno. Zivio scrive fra l'altro "...sono arrivato a casa ed ho trovato un fratello di meno, me l'hanno ucciso quelle bestie dei marocchini che hanno occupato il mio paese. I marocchini qua hanno fatto molte stragi quando hanno occupato questa zona, si sono ubriacati ed hanno ucciso molte persone tra i quali è toccato anche a mio fratello della classe del '13 che si trovava a casa ...."; poi scrive una frase che è la sintesi dello spirito dei nostri genitori travolti dalla guerra, ma vogliosi di ricominciare da zero, " ...ed ora anche questo bisogna dimenticarlo".
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| Bruno Bellini, 1913-1944 |
