MurloCultura 2016 - Nr. 2

Nel bosco sotto la pioggia

di Luciano Scali

I PERCORSI DELLA MEMORIA

 

"Pioggia inattesa in un giorno di ottobre": sembrerebbe quasi il titolo adatto per raccontare due ore d'insolita ma stimolante follia. A dire il vero il cielo era coperto, ma nessuno avrebbe mai giurato di aspettarsi la pioggia. A Murlo piove di rado e sempre in maniera inconsueta. Quando il cielo è nero e d'intorno le saette si sprecano accompagnate da tuoni terrificanti, puoi star certo di non vedere piovere. Si potrebbe quasi ipotizzare la presenza di una specie di scudo spaziale o di una campana di vetro, al di sopra del colle ove il primo castellano edificò il suo maniero.
"E allora quand'è che piove?"
"Quando il tempo ne ha voglia... quando gli pare; senza una logica né preavviso. Pioverà in occasione di una ricorrenza speciale, di una manifestazione, di un matrimonio quando potrà dare fastidio al maggior numero di persone." A onor del vero, occorre aggiungere di non aspettarsi una goccia d'acqua quando ce n'è bisogno allorché i raccolti se ne vanno in malora ed i pesci dei torrenti si sforzano a farsi crescere le gambe per potersi allontanare di corsa dai tomboli e andare a tuffarsi nell'Ombrone". E nemmeno in una stagione come questa quando la gente farebbe Gesù a giumelle per quella poca acqua necessaria a far crescere i funghi. Eppure sono tanti i così detti fungaioli a allontanarsi nottetempo di casa con un paniere per dirigersi al mercato, acquistare un po' di porcini o cucchi e ritornarsene in paese vantandosi di averli raccolti in punti segreti, noti a loro soltanto. Ma senz'acqua i funghi non nascono... hai voglia a andare a giro... se uno non li compra, trovare non li trova di certo! Stamani a me dei funghi non importava niente, volevo camminare e basta; fare un giretto tanto per sgranchirmi le ginocchia, e invece... Già! Son partito fiducioso, non proprio tranquillo, poiché non lo ero affatto. Confidavo nella buona stella e nell'impermeabile giallo ripiegato nello zaino. "Diavolo come sono belle le strade vicinali di questa stagione!" continuavo a ripetermi mentre scendevo la piaggia che porta alla "banca" sul Crevole. Guardavo le fossette attraverso la strada fatte a regola d'arte da Foffo per impedire all'acqua di scorrere nella sede creandovi grossi fossi, e i canali di scolo laterali. Facevo una grossa fatica a restare in piedi a causa della breccia diasprigna sparsa di recente, ma ero contento lo stesso. Tra me e me cercavo di ricordare i nomi scientifici di qualche pianta o fiore come il: Cyclamen repandum, oppure l'Arbutus unedo o il Cornus mas. È stato sullo stradone di Vignali, in prossimità del cartello indicatore, che sono iniziate a cadere le prime gocce. Le ho viste stamparsi sui piccoli ciottoli della strada mentre una riflessione assurda m'attraversava la mente: "Pensa" mi dicevo "quella goccia è partita da almeno quattrocento metri di altezza andando a centrare proprio quel sassolino lì che se mi ci provo a farlo io, a un metro di distanza, non ci vo nemmeno vicino..." La stessa cosa dell'Afganistan, con i missili lanciati da lontano; sì, quelli intelligenti programmati per colpire i cattivi... ma quel sasso non era mica cattivo! Mentre stavo riflettendo la pioggia aumentava d'intensità e Giuliana, sull'uscio di casa, mi ha chiamato per andare a ripararmi. Dopo pochi minuti ho potuto riprendere la mia strada divenuta viscida fino a quando non ho ritrovato il tratto con la breccia di diaspro nei pressi del cancello di Ramiccio. Sulla strada si erano formate pozze d'acqua rossa nelle quali si specchiavano le nubi basse trasportate dal vento. Lungo la discesa, fra i calcari e le marne giallastre, la strada imbrecciata di diaspro rosso sembrava irreale nel suo snodarsi fra cespugli di fiori aranciati e con la lecceta di verde scuro a fare da sfondo sui lati. Avevo l'impressione di percorrere un tunnel verde con una guida rossa per strada, fra girasoli d'oro in miniatura. Quasi in fondo alla discesa è ripreso a piovere, ma questa volta sul serio. Ho tirato fuori l'impermeabile giallo sperando di essermi con questi posto al riparo, ma sono bastati pochi secondi a convincermi del contrario. Forse qualcosa copriva, ma serviva anche a convogliare tutta l'acqua dalla quale ero investito, sul tratto di pantaloni scoperti, nelle scarpe e soprattutto nel collo. Mi sentivo inondato ma non irritato. Ho cercato una specie di riparo sotto un gruppo di arbusti di leccio e corbezzolo in attesa di vedere spiovere un po' per riprendere il cammino. Osservavo con curiosità l'acqua scorrere vicino ai miei piedi diretta verso il Crevolicchio, acqua rossa come la terra d'intorno e come la collina sovrastante. Durante il suo scorrere si adattava al terreno girando attorno ai sassi, ai mucchietti di fuscelli e di rami accumulatisi con la pioggia precedente, disegnando curiosi ghirigori, vortici e mulinelli come un autentico fiume in miniatura. D'un tratto, con l'intensificarsi della pioggia, ho visto arrivare il capo piena, quel fronte improvviso d'acqua il quale, spingendo con violenza dinanzi a se quanto trova lungo il cammino, si apre con forza un passaggio per creare quello che diverrà momentaneamente il proprio alveo. Adesso sembrava un fiume e quando nella mia mente mi sono rimpicciolito fino ad assumere le dimensioni di un topo di campagna, quel semplice rigagnolo ha acquistato dimensioni grandiose ed una violenza inaudita. Non sentivo più l'acqua insinuarsi da ogni parte, ma subivo il fascino di quel flusso rosso capace di assumere aspetti inconsueti ad ogni frazione di tempo, ove i filoni di fluido dall'aspetto quasi solido pareva s'intrecciassero per formare una guilloche senza fine. Mi rivedevo ragazzo assieme ad Agenore costruire nei rigagnoli ruote da mulino con le quali potevamo far girare delle ventarole se eravamo bravi. Come oggi, anche allora arrivavamo a casa completamente fradici per la disperazione delle nostre madri. Non ricordo di essere mai stato picchiato però, perché era tale la gioia interna per le nostre prodezze, da trasparire in modo così evidente da togliere loro il coraggio di rovinarcela con qualche scapaccione. Non c'erano allora i giocattoli di adesso, dovevamo inventarli usando abilità e fantasia, ed allorché ci riuscivamo era come se avessimo acquisito qualcosa di veramente importante da riempirci d'orgoglio e da non farcelo più dimenticare. Quanto mi stava accadendo mi faceva ritornare ragazzo per qualche attimo. Poi, di colpo, eccomi risucchiato nuovamente nella realtà, bagnato da capo ai piedi e con i pantaloni di jeans rigidi come baccalà. La pioggia continuava insistente, fitta e grossa. Le tracce delle gocce sembravano la trama di una tela distesa tra la terra e il cielo quasi a formare una cortina spessa, impenetrabile. Le gocce colpivano con violenza il corso d'acqua che ormai copriva la strada sollevando caratteristici spruzzi e dando luogo a bolle galleggianti sulla superficie fatte immediatamente esplodere a loro volta dalle gocce successive. Ecco ritornarmi a mente una frase pronunciata in tempi lontani da Oberdan, titolare della trattoria Patria a Rapolano e da me quotidianamente frequentata: "Vedi Luciano, io e mio fratello ci siamo bagnati come bischeri con quell'acquata di stamani. Veniva giù a ritrecine... galleggiava!..." Mi sembrò strana l'espressione di "acqua galleggiante" ma dovetti convenire, pur non avendola capita, che rendeva perfettamente l'idea. Il ricordo di quel tempo mi ha fatto sorridere anche se ne ho distolto subito il pensiero per non rischiare di assecondarlo e perdermi in esso. In quell'acqua nella quale mi trovavo praticamente immerso, erano troppe le cose interessanti da osservare per perdere tempo a rivangare ricordi lontani. Dalla terra riarsa si alzava una leggera nebbia e i raggi del sole filtrati dalle nubi in via di dissolvimento creavano attorno un'atmosfera irreale... incantata. Non mi sarei assolutamente meravigliato se gli spiriti del bosco si fossero materializzati d'improvviso in quell'aria lattiginosa ed evanescente. Ne avevo sentita sempre la presenza nella macchia, anche se attribuivo i fruscii strani e i bisbigli sommessi allo stormire delle foglie, seppure in assenza assoluta di vento.
Speravo proprio di essere finalmente esaudito convinto com'ero di trovarmi preso in una particolare congiunzione temporale ove ogni desiderio potesse realizzarsi. Con il sole anche l'acqua era divenuta diversa, le gocce si erano fatte piccole tanto da divenire pulviscolo, innescando così mini arcobaleni variabili per ampiezza e dimensione man mano che mi spostavo. Decisi a quel punto d'imboccare la strada più breve per tornare a casa per nulla dispiaciuto di fare il tratto parallelo al Crevolicchio e di "guadare" il fosso del Felcetello e dell'Acqua buona improvvisamente in piena. I rospi uscivano da non so dove, finalmente liberi di trovare pozze inaspettate e erba fradicia di fresco, e così pure le lumache mentre i ragni nel constatare i danni arrecati dalla pioggia ai loro capolavori, si apprestavano a tesserne di nuovi tra i rami degli arbusti e delle siepi. Nel passare in quei tunnels di vegetazione, non riuscivo a capacitarmi se fosse cessata o meno la pioggia talmente era fitto lo sgocciolio dell'acqua dagli alberi; solo nei punti in cui il bosco era stato tagliato di recente si percepiva l'odore caratteristico della terra bagnata e delle ramaglie in via di putrefazione. Di tanto in tanto le narici venivano colpite da zaffate di odore di funghi anche se di questi non se ne vedeva l'ombra. Cercavo di memorizzare i luoghi ove sarei potuto tornare fra qualche giorno sicuro di poterne raccogliere una certa quantità. L'acqua caduta ed il clima mite facilitavano il ribollire della terra consentendo alle spore di schiudersi per trasformarsi in funghi, e questo per la gioia di coloro che non aspettavano altro. Poi un'occhiata fugace al pozzo del Cerrone ormai soffocato dalla macchia... Dov'erano più i rumori del vaglio e delle molette trascinate dalle corde dell'argano? E lo stridere dei carrelli della ferrovia con le voci degli operai e delle donne alla cernita dei minerali?
Tutte cose appartenute al passato ma ancora vive, aleggianti nell'aria e desiderose di manifestarsi a chi fosse intenzionato a comprenderle davvero. Mentre mi allontanavo avevo l'impressione di udire ancora quelle voci immaginate chiamarmi con insistenza per raccontarmi le loro storie svanite nel tempo. Feci un grande sforzo per togliermele dalla testa, aiutato in questo dal latrare inatteso dei cani a guardia del gregge intento a pascolare vicino al Crevolicchio. La sola vista del mio grosso bastone di corbezzolo li convinse a starsene alla larga malgrado la loro innata aggressività e a dirigere altrove le proprie attenzioni.
Dalla curva oltre la Casaccia, mi volsi indietro per dare un ultimo sguardo al Villaggio della miniera immerso nella bruma. I banchi sfilacciati della nebbia avevano assunto strane figure nelle quali ravvisai insoliti sbuffi di vapore del tutto simili a quelli delle locomotive di 120 anni fa.
Forse nessuno mi crederà, ma vidi veramente partire un treno, e non potetti fare a meno di salutarlo con la mano.

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